L’enigma dei “Turcs tal Friùl”: perché Pasolini non volle mai pubblicare il suo capolavoro giovanile?

L'analisi dello storico Andrea Zannini sull'opera scritta a Casarsa: un dramma potente rimasto nel cassetto per la dolorosa sovrapposizione tra Porzûs e la finzione teatrale

Andrea Zannini

C’è un mistero grande come una casa dietro ai Turcs tal Friùl l’opera teatrale di un giovanissimo Pier Paolo Pasolini composta a Casarsa. E’ una domanda che generazione di filologi, di storici del teatro, di biografi del poeta hanno evitato con cura, e quando hanno provato a darvi una risposta non sono riusciti a fornire spiegazioni in grado di risolvere la questione: perché i Turcs non è mai stato messo in scena mentre Pasolini era ancora in vita? Perché Pasolini non ha mai voluto pubblicarlo, in mezzo alla messe enorme della sua produzione editoriale? E perché, infine, ancora adesso si cerca accuratamente di evitare questa scomoda domanda?

Come è risultato dal nuovo allestimento dell’opera per cura del regista Alessandro Serra, produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, che è andato in scena venerdì 11 settembre scorso al teatro Giovanni da Udine, il dramma è un’opera potentissima, viva, sconvolgente, che trasferisce nella metafora della storia delle invasioni turchesche di fine Quattrocento in Friuli le angosce della Seconda guerra mondiale.

Pasolini aveva ben presente la qualità e l’impatto potenziale di quanto aveva scritto. Il 29 novembre 1945, scriveva a Gianfranco D’Aronco, studioso di letteratura friulana e uno dei sostenitori delle iniziative per la promozione della lingua friulana: «Di teatro ho scritto una commedia in un atto «La morteana» (il titolo è ricavato da un verso di Colloredo); e un dramma, i Turcs tal Friùl. Il primo», proseguiva il poeta, «verrà prossimamente recitato dalla mia piccola Compagnia dell’Academiuta, qui a Casarsa; il secondo che è forse la miglior cosa che io abbia scritto in friulano, giace in un cassetto e vi giacerà non so per quanto».

Il giovane Pasolini giudicava, dunque, quel suo testo, già copiato a mano in bella copia, addirittura superiore a Poesie a Casarsa, la straordinaria raccolta con cui aveva esordito nel luglio 1942, che aveva sollevato l’attenzione di critici del calibro di Gianfranco Contini e alla quale il giovane, appena laureatosi nel novembre 1945, affidava tutte le possibilità di entrare in quel mondo letterario al quale, a ragione, aspirava. Ciò nonostante, con una straordinaria lucidità, con una sorta di disegno programmatico di cui sfugge la logica, il ventitreenne letterato anticipava quello che sarebbe in effetti successo per tutta la sua vita: i Turcs sarebbe rimasto nel cassetto, anzi nella cassapanca della sua casa di Casarsa dove teneva i suoi scritti; anche quando il poeta, divenuto ormai romanziere, giornalista, saggista e regista, viveva a Roma da tempo e di cui ogni verso, ogni riga veniva pubblicata, letta, dibattuta. Perché questa assenza, da parte di un autore che, come ha scritto il massimo studioso del suo teatro, Stefano Casi, una volta affermatosi nel mondo letterario pubblicò con una «foga sconvolgente tutto il pubblicabile», sia tempestivamente sia dopo lunghe meditazioni»?

Non solo: Pasolini, nelle moltissime interviste che rilasciò sui suoi esordi letterari, spiegandone le radici, ed elencando i suoi primi esperimenti, non nominò mai quel suo riuscitissimo testo drammaturgico giovanile. Per tutti i componimenti teatrali e i canovacci composti negli anni giovanili che giunsero a una qualche forma compiuta Pier Paolo cercò l’approvazione degli amici (Edipo all’alba), ne rappresentò qualche scena (I fanciulli e gli elfi, La quaresima e il carnevale) o ne progettò la realizzazione (La Morteana). De Il Cappellano, scritto nel 1947, Pier Paolo recitò in prima persona una scena al Congresso di Firenze dell’”Alleanza della cultura” dell’aprile 1948 dove fu inviato come delegato della Federazione comunista di Pordenone; dopo continue revisioni riuscì a metterlo in scena nel 1965 a Roma, con il titolo Nel 46!, per la Compagnia dei Non di Sergio Graziani e Nando Gazzolo, con esiti modesti. Perché invece sui Turcs, su quest’opera conclusa e trascritta in una copia che appare definitiva, egli non proferisce sillaba?

In L’altro Pasolini. Pier Paolo, Porzûs e i turchi (Marsilio 2022) ho provato ad entrare in questa vera e propria (in senso psicanalitico) rimozione di un’opera che parla del dramma di due fratelli durante l’invasione dei Turchi nel 1499 (o del 1945?). Forse proprio qui, in questo dolorosa, innominabile sovrapposizione tra vita e letteratura si cela il mistero dei Turcs

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