Eronda, quando l’ironia è una forma di libertà

Graphic designer, illustratore, autore di collage umoristici: Mario De Donà al Palazzo del fumetto di Pordenone. Cinquanta tavole per scoprire un artista lontano dai clichè

Cristina Savi

 

L’ironia di Eronda sta fra il rigore di una costruzione geometrica e la libertà di un’immagine che prende una direzione inattesa, fra il progetto e il gioco, fra design e humour. Fra questi due estremi, apparentemente lontani ma sempre in dialogo, si muove il territorio creativo di Mario De Donà, in arte Eronda. Un mondo che il Palazzo del fumetto di Pordenone riporta al centro con la mostra “Eronda – Il rigore dell’ironia”, visitabile fino al primo novembre.

Oltre cinquanta tavole originali raccontano un artista che nel secondo Novecento ha attraversato la comunicazione visiva senza lasciarsi rinchiudere in una sola definizione. Graphic designer, illustratore, autore di collage e immagini umoristiche, Eronda ha lavorato soprattutto nel territorio bellunese e veneto, e a Trieste, per l’ultima parte della sua produzione, lontano dai grandi centri del design, ottenendo però un riconoscimento internazionale.

La mostra pordenonese concentra lo sguardo sulla grafica umoristica e sul fumetto, dove l’ironia diventa uno strumento di pensiero. Al centro ci sono le strisce originali di “PotPot, l’automino”, presentate per la prima volta tutte insieme. Nacquero per la rivista mensile dell’Autoclubtreviso e furono pubblicate nel 1972 e nel 1973. PotPot è un automobilista qualunque, alle prese con fastidi, desideri, sogni, arrabbiature e piccole invidie: materiale minimo che Eronda trasforma in cortocircuiti visivi e narrativi. Il nome è un gioco: l’onomatopea richiama il rumore del motore. Il fumetto permette così all’ironia grafica di prendere movimento, attraverso il ritmo della striscia e il rapporto tra parola e immagine.

A guidare nel percorso sono anche i testi di Erik Balzaretti, direttore scientifico del Fondo Eronda e docente di Storia dell’illustrazione e della pubblicità all’Accademia Albertina di Belle arti di Torino. Nel catalogo “Il rigore dell’ironia”, Balzaretti definisce Eronda un “artista e artigiano sperimentatore” e mette in luce la capacità di far convivere il designer professionista e l’autore di humor graphic.

Le immagini umoristiche, dunque, sono una delle forme attraverso cui Eronda sviluppò la propria idea di comunicazione.

È soprattutto nel rapporto con Bruno Munari che questa attitudine trova una chiave importante. Balzaretti individua l’influenza munariana nell’uso del collage, nella ricerca del rapporto fra immagine e sfondo, nella combinazione di fotografia, illustrazione e tecniche diverse. La suite “Omaggio a Munari”, del 1961, testimonia questo dialogo; altre opere, osserva Balzaretti, sono “costruite su uno schema di Bruno Munari”, secondo quanto dichiarato dallo stesso Eronda. Non è però una semplice imitazione: la lezione munariana diventa materia per una ricerca autonoma, fatta di metamorfosi e accostamenti inattesi.

È questo gioco continuo a spiegare perché il titolo “Il rigore dell’ironia” sia così preciso. Dietro la leggerezza apparente c’è una costruzione attentissima: Eronda lavorava con china, squadra e compasso, ma anche con ritagli, carte, caratteri e tecniche miste. Balzaretti insiste sulle “metamorfosi linguistiche” fra parola e immagine e sulla capacità di trasformare un divertissement in uno sguardo sul mondo.

La vicenda di Eronda ha il suo punto di partenza a Treviso. Mario De Donà nacque nel 1924 nel capoluogo della Marca da una famiglia di origine cadorina e si trasferì presto a Belluno, che sarebbe diventata il centro della sua vita professionale. Si formò all’Istituto d’arte di Venezia e scelse poi di lavorare in provincia, occupandosi di marchi, logotipi, illustrazioni, manifesti e comunicazione d’impresa. È una collocazione periferica solo geograficamente: la sua produzione dialogò con la grafica italiana e con i circuiti internazionali dell’umorismo.

Il rapporto con il Friuli Venezia Giulia aggiunge un capitolo significativo alla biografia. Nel 1997 Eronda si trasferì definitivamente a Trieste, dove continuò a disegnare e lavorare fino alla morte, nel 2009. E Trieste è la città nella quale Bruno Munari aveva lasciato una traccia importante: nel 1984, fra l’altro, proprio nel capoluogo giuliano, nel contesto di una mostra antologica a lui dedicata, Munari realizzò uno dei suoi storici laboratori tattili per bambini, esperienza coerente con la sua idea dell’arte come conoscenza attraverso il fare, iniziativa che aprì la strada a un nuovo modo di fare didattica esperienziale nelle scuole della regione.

Fra Treviso, Venezia, Belluno e Trieste si disegna così una geografia che restituisce Eronda al suo vero orizzonte: un artista legato al Nordest, ma aperto a un orizzonte più ampio. PotPot può sembrare lontano dalle grandi questioni del design; in realtà ne condivide la stessa domanda: come comunicare un’idea in modo preciso e nello stesso tempo, sorprendere chi guarda? Qui la mostra trova il suo punto più felice: riscoprire un autore osservando come una linea, una lettera o un ritaglio possano cambiare significato accanto a qualcosa di inatteso.

L’ironia di Eronda resta una forma di libertà: un invito a non prendere il mondo per scontato.

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