Anna Foglietta racconta la difficile vita di coppia: «Siamo sempre più soli»

L’attrice e regista presenta a Pordenone e a Udine il suo film d’esordio: «Racconto il mio cinema partendo dalle persone, dalla crisi dell’amore, attraversando l’invasione dei social e la necessità di rallentare per capirci»

Gian Paolo Polesini
L’attrice e regista Anna Foglietta sarà oggi in Friuli Venezia Giulia
L’attrice e regista Anna Foglietta sarà oggi in Friuli Venezia Giulia

La Anna Foglietta regista impone il suo credo. «La libertà sta nelle regole. Io i miei attori non li ho lasciati liberi per niente — dice — e lo sanno anche loro. Non credo che l’attore libero sia felice. Diciamo che è un’autonomia dentro una costrizione. E penso ai miei figli: l’indipendenza è tanto maggiore quanto più esistono paletti dentro i quali muoversi».

La Carlotta di “Perfetti sconosciuti” è passata dall’altra parte della cinepresa dopo una quarantina di film. Ha scritto, assieme a Tania Pedroni e a Matteo Ferri, nonché diretto “Una storia”, con due magnifici interpreti — Guido Caprino e Alba Rohrwacher —: una pellicola sensibile sulla coppia, capace di scendere in profondità. Se fosse uno stile pittorico, sarebbe l’iperrealismo. Foglietta accompagnerà la sua opera prima in un tour. Oggi, domenica 27, alle 16.30 al Cinemazero di Pordenone, e, alle 18.20, al Visionario di Udine.

«Siamo sempre più alienati e soli — spiega Anna — dobbiamo capire cosa desideriamo. Racconto il mio cinema partendo dalle persone, dalla crisi dell’amore, attraversando l’invasione dei social e la necessità di rallentare per tornare a guardarci davvero».

Quindi ha lavorato molto sulla costruzione dei personaggi?

«Oh, certo. Insistendo sulla struttura psicologica, formale e fisica. È stato un continuo suggerirci cose a vicenda, parlare, riflettere e rifare: estenuante, ma proficuo. Essere attrice mi ha aiutata a individuare un’impasse, viverla e correggerla: salire insieme quel piccolo scalino».

Come osserva l’andamento sussultorio dei sentimenti in questo contemporaneo nebuloso?

«La coppia etero vive un certo disagio e pure la famiglia non esulta. Penso sia un atteggiamento fisiologico causato dall’incertezza globale. Oggi, però, abbiamo a disposizione svariate scorciatoie per appagare i nostri bisogni ed evitare le frustrazioni».

Il rifugio nei social è inevitabile.

«Un sistema diabolico che ci fa continuamente uscire da noi stessi, impedendoci di comunicare. Provi a osservare un lui e una lei al ristorante: non fanno altro che scrollare il telefono. Nel film c’è una scena in cui Mauro, sul divano, tenta un approccio sessuale con sua moglie, mentre Erika non riesce a staccare gli occhi dallo schermo del cellulare. Alla fine appoggerà il telefonino sul tavolo, ma con difficoltà. È un gesto che racconta molto».

Quindi il telefono arriva a interferire persino col desiderio?

«Mi colpì molto leggere uno studio sulla forza della gratificazione prodotta dallo scrolling, tanto da entrare in competizione con quella di un rapporto intimo in una coppia di lunga data. È normale allontanarsi se gli anni insieme sono tanti, ma questa incomunicabilità profonda non fa affatto bene. Siamo sempre più alienati da noi stessi e da chi abbiamo accanto».

Si è creata una sorta di cortocircuito nelle case.

«Mi chiedo cosa stiamo diventando: i figli chiusi in camera a chattare, i genitori a sbirciare il mondo virtuale in salotto. I ragazzi non hanno modelli puri a cui riferirsi, o perlomeno non nella maggioranza dei casi. Poi i nuclei, diciamo, impeccabili fortunatamente esistono».

Il film suggerisce una possibile via d’uscita?

«Quello che cerco di raccontare è la necessità di conoscersi, di rallentare. Dobbiamo chiederci: che cosa desidero davvero? Se fossimo capaci di guardarci da fuori, scopriremmo che non desideriamo essere ciò che siamo diventati. Includo naturalmente anche me stessa in questa riflessione».

Anche visivamente ha preferito avvicinarsi ai volti dei personaggi.

«Ho scelto inquadrature strette, è vero. Volevo sottolineare la natura inafferrabile della loro identità, perché sono loro per primi a sfuggire a se stessi».

Questo sarà il primo film di una lunga serie?

«Penso e spero di sì».

 

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