Lee Sang-il al Feff con il film il campione d’incassi Kokuho. «Suscitare emozioni richiede dedizione»

Il regista ospite di punt della terza giornata del festival

Gian Paolo Polesini
Il regista Lee Sang-il
Il regista Lee Sang-il

Non fatevi ingannare dal minutaggio esteso: potrebbe spaventare. I social corrono velocissimi e quello è ormai il nostro parametro di riferimento. Certo, “Kokuho”, la pellicola candidata all’Oscar di Lee Sang-il, proposta ieri in anteprima dal “Fast East Film Festival”, dura esattamente 2 ore e 54 minuti e la sua lunghezza potrebbe scoraggiare chiunque, soprattutto se sul grande schermo scorre un Giappone artistico tradizionale, nulla a che vedere con spari, inseguimenti e gente sgozzata.

Bisogna lasciarsi trasportare dal corso degli eventi, azzerare le ansie, dimenticare il reale ed entrare in un silenzioso mondo a parte. Solamente così, respirando con lentezza, la fascinazione totale avrà il sopravvento. È sorprendente constatare come un’opera così profondamente radicata nella cultura nazionale giapponese, riesca a comunicare con la nostra sbadata umanità occidentale del terzo millennio.

Gli spettatori del Sol Levante, dopo un debutto tiepido, hanno affollato le sale, facendo schizzare la pellicola in cima all’onorevole botteghino nipponico. Un trionfo.

Con una punta di orgoglioso campanilismo va ricordato che “Kokuho” è distribuito in Italia dalla friulana “Tucker” Film, nata dalla joint venture fra il Cec di Udine e il Cinemazero di Pordenone, e arriverà nelle sale italiane da giovedì 30. La miglior Raffaella Carrà di “Carramba che sorpresa!”, direbbe: «E il regista Lee Sang-il è qui con noi!». Il Feff celebra il cinema d’Oriente e, dunque, c’era da aspettarsela questa visita.

Seguendo per cinquant’anni le traiettorie di due attori, Sang-il illumina ben di più di un dietro le quinte teatrale; “Kokuho” ci spiega il peso della tradizione, in conflitto fra vocazione e sangue, il prezzo altissimo che l’arte pretende da chi decide di consacrarle la propria esistenza.

È bene spiegare cos’è il kabuki: è una forma classica del teatro giapponese, che risale al XVII secolo, attorno al quale la storia si avviluppa. La rappresentazione richiede costumi sfarzosi, trucchi marcati e uomini chiamati a interpretare ruoli femminili. Dal 2008 il kabuki è patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.

Il film ha tempi narrativi lontani dagli standard commerciali contemporanei, eppure è diventato un campione d’incassi in Giappone. Pensa che il pubblico sia più coraggioso dell’industria cinematografica, spesso convinta che gli spettatori vogliano solo prodotti rapidi e facili?

«Ammetto l’imponenza del prodotto. Però, lasciatemelo dire, il ritmo delle scene è molto veloce. L’obiettivo è che il tempo, guardando il film, non si senta affatto: come fosse un’ora e mezza. Credo sia cruciale la sensazione di scorrevolezza e di coinvolgimento rispetto al dato numerico della durata, privilegiando così un’esperienza fluida per lo spettatore rispetto ai trend industriali attuali. Sono ben conscio di essere uscito dai canoni contemporanei, per questo ho privilegiato un montaggio serrato. Il dinamismo contrasta la lunghezza senza sacrificare l’attenzione».

Lei ha spesso raccontato il Giappone osservandolo anche da una posizione laterale, mai conformista. In “Kokuho” il tema dell’eredità familiare e dell’appartenenza è centrale: quanto c’è della sua personale riflessione su cosa significhi essere giapponesi oggi?

«Non sono giapponese di sangue, ma coreano di terza generazione, pur essendo nato e cresciuto nella terra del Sol Levante. Fin da bimbo ho osservato la società da un punto di vista esterno, multiprospettico. Questa posizione di outsider ha alimentato una profonda riflessione sulla sensazione di appartenenza, rendendo la mia visione non allineata alle regole tradizionali».

Il talento non basta. Questo l’abbiamo colto: servono disciplina e sacrificio. Vale ancora nel cinema, oppure il sistema premia altro?

«Non è sufficiente essere un attore talentoso, certo. Per suscitare emozioni autentiche è necessaria una grande dedizione, analogamente alla rigorosa preparazione richiesta nel kabuki. La qualità emotiva di una storia dipende sempre dall’impegno profondo».

Le è piaciuta Udine?

«È una città tranquilla e assai piacevole. La gente è cordiale, il cibo è squisito, chissà quanti stranieri l’avranno già sottolineato, ma soprattutto il vino è meraviglioso».

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto