Il Gelso d’oro a Yakusho Kōji: l’abbraccio di Udine e Wim Wenders

Al Far East Film Festival, l’icona del cinema giapponese riceve il premio alla carriera. Una celebrazione tra silenzi eloquenti, dignità del quotidiano e il sodalizio artistico con il regista di "Perfect Days"

Gian Paolo Polesini

Un arrivo entusiasmante, ma il Feff sa come sorprenderci. Da ventotto anni.

Yakusho Kōji è un simbolo dell’arte giapponese e ormai conosciamo bene la proverbiale riservatezza del suo Paese, ecco perché vederlo sul palco del Giovanni da Udine al fianco di Wim Wenders, il suo regista di “Perfect Days”, a ritirare il Gelso d’oro alla carriera, ha il sapore di un’impresa.

Dopo averlo abbracciato sulla scia di un interminabile applauso, Wenders è tornato al set di “Perfect days” accanto a Yakusho Kōji: «Fin dalle prime battute si è capito che c’era una tale verità nella sua interpretazione da trascendere la parte e trasformarlo in un documentario» ha ricordato.

Un premio, dunque, che per Wenders non poteva essere consegnato a un candidato migliore, ha commentato, rivolgendosi a Yakusho Kōji e invitandolo scherzoso a visitare la città con un: «Credo che ora andremo a berci qualcosa insieme».

Ci sono attori che occupano lo schermo, altri che lo abitano. Inutile dirvi a quale categoria appartenga Yakusho. Chi ne conosce il lavoro — l’attore ha recitato, fra i tanti, con Kurosawa e con Iñárritu — sa quanto la sua interpretazione si fondi su gesti misurati e su un silenzio eloquente.

Nasce a Nagasaki nel 1956 e il primo impiego lo trova in un ufficio pubblico, esperienza spesso evocata per spiegare la capacità di comprendere il ritmo ripetitivo della vita ordinaria e la dignità del lavoro quotidiano. Yakusho, del resto, deriva dalla parola giapponese che indica l’ufficio amministrativo, una scelta ironica e identitaria, quasi a ricordare che il grande attore si forma talvolta a partire da un uomo comune.

La bravura di Kōji sta nella sua versatilità. È stato burocrate, poliziotto, samurai, criminale, padre ferito e, persino, un personaggio metafisico. Alcuni titoli? “Shall We Dance?”, “Cure”, in uno dei suoi ruoli più inquieti, “13 Assassins”, la versione epica e fisica del suo talento e, appunto, “Perfect Days”, che ieri sera al Giovanni da Udine ha seguito la premiazione. Per ritornare sul film diretto da Wenders l’Hirayama di Yakusho non rappresenta la purezza, bensì la pratica. Ogni gesto, che sia piegare un panno o guardare la luce attraverso gli alberi, diventa un atto di presenza. E viene esaltato il valore del frammento e del quotidiano come luogo spirituale. Si può evocare, a questo punto, il concetto dei wabi-sabi: la bellezza individuata nell’imperfezione.

Che tipo di dialogo si è creato fra lei e Wim Wenders sul set e cosa ha scoperto grazie a lui?

«Molto è stato affidato alle percezioni. Faccio un esempio: per quanto concerne la sceneggiatura, il mio personaggio ha dei momenti in cui sorride e altri in cui si arrabbia: però nulla di tutto ciò stava scritto. Ci siamo parlati e, assieme, abbiamo deciso dove inserire un’emozione. Wim mi diceva: “Un uomo che non ride perde totalmente il suo aspetto umano”. In questo lui mi ha guidato nell’interpretazione, intervenendo sulle suggestioni. Il regista si era interfacciato a Berlino con Takasaki, l’altro sceneggiatore, e assieme annotavano le sensazioni che poi mi passavano poco prima del ciak, per farmi capire l’atmosfera. In concetto era evitare di rendere Hirayama troppo poco personale».

Ha attraversato generi molto diversi fra loro, da film giapponesi a produzioni internazionali come “Memorie di una geisha” e “Babel”: quanto è cambiato il suo approccio alla recitazione lavorando tra culture e linguaggi cinematografici differenti?

«I nostri film sono realizzati spesso con budget limitati, imponendoci vincoli pratici e creativi. Nelle produzioni americane, invece, gli investimenti sono maggiori, come pure il tempo che possiamo dedicare alla ricerca e all’improvvisazione. Questa differenza ha inevitabilmente suscitato la mia curiosità spingendomi verso i set hollywoodiani: desideravo far parte di quel mondo per comprendere come si lavora nella patria del cinema. Nonostante più o meno denaro a disposizione, l’attore davanti alla cinepresa ha un dovere soltanto: fare del proprio meglio. La qualità dell’interpretazione non dipende direttamente dalle risorse, ma dalla disciplina e dalla sensibilità».

Nel corso della carriera lei ha vissuto ruoli diversi. In diversi casi il silenzio, però, è stato determinante.

«Credo che una recitazione senza parole possa trasmettere emozioni in modo ancora più profondo rispetto ai dialoghi. Il silenzio, in certe occasioni, ha una forza incredibile. Bisogna solamente imparare a gestirla». 

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