Ciò che resta del passato: i riti friulani finiscono in un docufilm
L’anteprima martedì 28 aprile al Visionario di Udine: un’opera diretta da Marco D’Agostini

L’anteprima è stata fissata per martedì 5 maggio alle 20, al cinema Visionario di Udine, quando sarà proiettato “Quello che resta. Tre riti nelle montagne del Friuli”. L’occasione non sarà soltanto la presentazione di un nuovo documentario, ma un momento pubblico in cui la ricerca antropologica torna a mostrarsi per ciò che è: un lavoro di ascolto, di restituzione e di relazione con le comunità. Il film, prodotto da Snait Società Cooperativa e diretto da Marco D’Agostini, con le ricerche e le interviste dell’antropologa Marta Pascolini, arriva infatti al pubblico dopo un percorso che affonda le radici nella documentazione raccolta negli anni Settanta del secolo scorso dalla studiosa Olivia Averso Pellis. Allora furono realizzati dei video-documentari dedicati ad alcune tra le più importanti tradizioni popolari del Friuli: un archivio prezioso che oggi, a distanza di decenni, si rivela non solo memoria, ma punto di partenza concreto per tornare sul campo e interrogare il presente. L’evento, inserito nel cartellone delle anteprime di vicino/lontano 2026 e promosso in collaborazione con la Setemane de culture furlane della Società Filologica Friulana, diventa così un momento di restituzione pubblica: non solo cinema, ma dialogo tra archivi e presente, tra ricerca e comunità, tra immagini e vita.
È proprio qui che si misura l’importanza dell’approccio antropologico come base del lavoro filmico. Non un semplice “racconto di folklore”, ma un’indagine che mette al centro il contesto, i significati condivisi, le trasformazioni sociali che attraversano le terre alte. D’Agostini e Pascolini sono ripartiti dai documenti e dagli appunti di Olivia Pellis sulle tradizioni, li hanno incrociati con lo sguardo contemporaneo traducendoli in immagini capaci di seguire i rituali mentre accadono: nei gesti, nelle attese, nei preparativi, nelle parole di chi li fa vivere. L’antropologia, in questo senso, non è una cornice teorica sovrapposta al film: è il metodo che consente di riconoscere i riti come pratiche collettive, come linguaggi condivisi che tengono insieme appartenenza e cambiamento.
Il documentario intreccia tre comunità montane del Friuli Venezia Giulia e tre ritualità ancora vitali: il Pust a Rodda nelle Valli del Natisone, la rappresentazione del Venerdì Santo a Erto in Valcellina, e la notte delle Cidules a Cercivento in Carnia, quando rotelle di legno infuocate attraversano il cielo come stelle cadenti. Tre forme diverse, accomunate da una stessa sostanza: la montagna come spazio abitato, la comunità come pratica quotidiana, la tradizione come scelta contemporanea e non come nostalgia. Il film osserva “ciò che resta” quando un rito continua a essere un patto sociale, un modo di stare insieme e di riconoscersi, anche in territori segnati da spopolamento e ridefinizione dei legami.
In questo quadro, l’anteprima del 5 maggio assume un valore particolare. Prima della proiezione saranno presenti il regista e l’antropologa e, al termine della visione, i protagonisti delle tre realtà si racconteranno al pubblico. È un’occasione preziosa: vedere sullo schermo i riti e, subito dopo, incontrare le persone che li custodiscono e li rinnovano, ascoltarne la voce fuori dalla narrazione filmica, comprendere da vicino cosa significhi “tenere in vita” una tradizione. Una serata in cui la memoria documentata da Olivia Pellis torna a circolare, e il rito si conferma, ancora una volta, un atto collettivo.
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