Socrate, Buddha, Confucio e Gesù: Mancuso racconta i maestri dell’Occidente a Lezioni di Storia
Il teologo domenica al Teatrone analizza come il pensiero dei grandi sia ancora determinante nelle nostre vite: «Una guida per comprendere quali sono le questioni più decisive dell’esistenza»

Primo appuntamento del nuovo anno, domenica alle 11, del ciclo delle Lezioni di Storia Oriente e Occidente ideato dagli Editori Laterza e organizzato in collaborazione con il Nuovo Teatro Giovanni da Udine, con il sostegno di Confindustria Udine e la media partnership del Messaggero Veneto. Protagonista il teologo Vito Mancuso che ricostruirà come il pensiero di Socrate, Buddha, Confucio e Gesù riesca a tracciare ancora – dopo venti, venticinque secoli – la strada utile a percorrere i sentieri della nostra esistenza. Titolo dell’intervento, “I quattro maestri tra Oriente e Occidente: Socrate, Buddha, Confucio e Gesù”.

Teologo laico, filosofo e saggista, Mancuso ha insegnato Teologia moderna e contemporanea all’Università San Raffaele di Milano ed è stato docente di Storia delle dottrine Teologiche all’Università degli Studi di Padova. Attualmente insegna al master di Meditazione e neuroscienze dell’Università di Udine. Dal 2022 è editorialista del quotidiano “La Stampa”. Tra i suoi molti libri di grande successo e tradotti in altre lingue ricordiamo tra gli altri, per Garzanti: “L’anima e il suo destino”; “Io e Dio. Una guida dei perplessi”; “I quattro maestri; Etica per giorni difficili”; “Gesù e Cristo” (Milano, 2025).
Professore, quanto è importante conoscere “I quattro maestri”?
«Ritengo che sia molto importante che l’essere umano si renda conto dell’importanza di un maestro e che al contempo si renda conto che questo maestro debba essere plurale, non può essere singolare secondo me. Avere un maestro significa avere una guida per comprendere quali sono le questioni più decisive dell’esistenza e io penso che solamente confrontandosi con grandi maestri dell’umanità, coloro che hanno dedicato l’esistenza ad approfondire, ad interrogare le radici stesse dell’essere, solo in questo modo si può giungere ad avere una guida affidabile e a non essere vittime di ciarlatani, coloro che si presentano facendo leva su istinti immediati. I falsi maestri, per così dire».
Quindi possiamo dire che conoscere i quattro maestri in realtà ci aiuta a risvegliare la nostra coscienza?
«L’obiettivo è proprio quello. Non si tratta di un lavoro esteriore, di una conoscenza dotta o erudita ma si tratta, attraverso un po’ di dottrina, erudizione e studio che non fanno mai male, di giungere al laboratorio interiore, alla coscienza e all’esame della coscienza. Però quello che è decisivo è comprendere che la vita umana è un processo, una processualitá che attraversa diverse fasi. Capita molto spesso che in alcuni momenti si abbia bisogno di un determinato maestro. Se non vogliamo concepire l’esistenza umana come inquadramento, come essere parte di un’organizzazione, di un gregge, se vogliamo giungere a comprendere che il senso dell’essere qui è l’esercizio sempre più responsabile della libertà per giungere a conoscere sé stessi e a dare il meglio di sé, occorre comprendere che la vita umana ha una processualitá. È in questa prospettiva che parlo di quattro maestri. Di ciascuno evidenzio una caratteristica peculiare: Socrate è l’educatore, Buddha un medico, Confucio un politico e Gesù un profeta. Ognuno di noi nella sua esistenza ha bisogno di educazione, di cura, terapia, di socialità, imparare a stare insieme agli altri questa è la dimensione politica dell’esistenza nel vero senso esistenziale del termine e ha bisogno di alzare la testa, nel senso di volgere la mente verso l’alto, trovare la propria stella e di seguirla. Questo è il compito della profezia: volgere l’esistenza umana verso qualcosa di più importante di sé».
Dal titolo del suo ultimo libro, “Gesù e Cristo”, ci sembra di capire che le due figure, quella religiosa e la storica vadano esaminate separatamente. È corretto?
«È il cuore concettuale del mio libro. Questa separazione è per dare a Gesù quello che è suo. Gesù non vuole essere l’agnello immolato, la vittima sacrificale, preparata dall’origine dei tempi per redimere dal peccato. Questo è stato proiettato su di lui posteriormente».
Allora qual è lo strumento della salvezza?
«Gesù stesso quando illustra verso la fine della vita, stando al Vangelo di Matteo che lo riporta, dice qual è il criterio secondo il quale le persone vengono ammesse al Regno di Dio o escluse. Questo criterio è il bene. È decisivo l’atteggiamento di un’esistenza che cerca il bene, l’armonia. Nel Padre Nostro dice “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, e nel Discorso della Montagna dice: Se non perdonerete neanche il Padre Vostro che è nei cieli perdonerà”. Un appello all’etica e alla responsabilità».
Chi sono i perplessi?
«Sono i miei lettori, da un lato non si riconoscono nella religione dell’infanzia che li e mi ha formato, per una serie di motivi, dall’altro non intendono cadere nelle braccia dell’ateismo, del nichilismo. Sono coloro che ritengono che qualcosa ci sia e sia più grande di quello che tutte le religioni dicono. La perplessità è della mente del cuore. Sono coloro che si muovono e ricercano. Non pensano di aver trovato e sentono che qualcosa c’è».
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