La scalata in Groelandia, l’alpinista Della Bordella:«Così si va incontro all’ignoto»

Venerdì 23 gennaio incontro a Tolmezzo, al Nuovo Cinema David, per una serata che apre le celebrazioni per i quarant’anni di anniversario di Arrampicarnia

Melania Lunazzi
L’alpinista Matteo Della Bordella protagonista a Tolmezzo
L’alpinista Matteo Della Bordella protagonista a Tolmezzo

L’alpinista Matteo Della Bordella sarà venerdì 23 gennaio, alle 20.30 a Tolmezzo al Nuovo Cinema David, per una serata che apre le celebrazioni per i quarant’anni di anniversario di Arrampicarnia. L’organizzazione è inserita nell’ambito dei progetti Vicino/Lontano Mont e Leggimontagna-Cortomontagna da Vicino/lontano e Asca. Un viaggio virtuale tra parole e immagini straordinarie che si concluderà con la proiezione del film Odyssea Borealis (regia di Alessandro Beltrame, 2024), dedicato alla spedizione in Groenlandia: 300 chilometri in kayak nell’oceano artico per raggiungere e salire l’inviolata parete nord ovest del Drøneren.

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Alpinista e uomo di spessore, il varesino Matteo Della Bordella incarna una delle espressioni più alte dell’alpinismo moderno inteso come avventura ed esplorazione con mezzi leali: ne è uno dei migliori interpreti italiani (e non solo). Classe 1984, ingegnere gestionale con un dottorato post laurea, è un affidabile leader di giovani talenti della montagna per il Club Alpino Italiano, che gli ha affidato ruoli di formazione in spedizioni extraeuropee con il progetto Cai Eagle Team.

Matteo è un punto di riferimento per i veri appassionati di montagna, che apprezzano la sua inesauribile attitudine per la vera esplorazione, unita al confronto con alte difficoltà, affrontate in uno stile pulito e in autonomia.

Della Bordella è inoltre apprezzato perché rifugge facili spettacolarizzazioni: è, sostanzialmente, un alpinista che preferisce parlare con i fatti. Ha affrontato grandi pareti, vie nuove e prime ascensioni su alte difficoltà, terreni complessi e impegnativi su montagne in luoghi remoti, in Patagonia – che è in assoluto la zona in cui ha scalato più volte, dopo averla sognata a lungo ed essere entrato a far parte dei Ragni di Lecco, a cui appartenevano Walter Bonatti e Carlo Mauri – in Himalaya, in Groenlandia – raggiungendo la parete da scalare in kayak, dopo aver pagaiato per ben trecento chilometri – e molto altro. Ha vissuto da vicino la morte e superato traumi importanti, prima la perdita del padre (quando aveva soli 23 anni), poi quella di preziosi compagni di cordata, tutti scomparsi in montagna, e non si è tirato indietro quando si è trattato di soccorrere alpinisti in difficoltà, attingendo a tutte le proprie risorse.

Che cosa significa fare alpinismo con mezzi leali, oggi?

«Significa farlo in maniera tradizionale, rinunciare a tecnologia e aiuti esterni, non utilizzare mezzi a motore per arrivare al campo base e spingersi in luoghi poco conosciuti, come in Groenlandia. Significa cercare un confronto diretto con la montagna, usando le tue sole forze».

Come avete fatto a individuare la parete da scalare in Groenlandia?

«Avevamo una foto della parete, che era stata già tentata da un alpinista americano (ci era arrivato con mezzi a motore) e con Google Earth siamo riusciti più o meno a capire dove si potesse trovare. Abbiamo fatto una lunga preparazione allenandoci con il kayak».

Come affronta l’ignoto? Quanto c’è del tuo essere ingegnere nel preparare una spedizione lontana e quanto c’è di Walter Bonatti come figura ispiratrice nei tuoi progetti?

«Io ho un approccio metodico, mi preparo nei minimi dettagli. Per tutto ciò che posso controllare mi preparo al massimo nei minimi dettagli. Per il resto, ad un certo punto bisogna partire all’avventura e andare incontro all’ignoto: questa è la parte più affascinante. E, sì, Bonatti è uno dei miei miti».

Come concilia la montagna con la famiglia?

«Questa è la sfida più grande, perché sono via per tanto tempo e devo spiegarlo ai figli, ma per me la famiglia è la cosa più importante».

Cosa prova a trasmettere ai giovani?

«Tutto quello che ho avuto la fortuna di imparare con fatica e con tanti errori in vent’anni di attività. Ad andare in montagna in maniera rispettosa e semplice, facendolo per sé stessi, per vivere avventure e senza lasciarsi influenzare dall’esterno: la motivazione per un progetto deve partire dall’interno, senza seguire le mode. E poi contano lavoro di squadra e condivisione».

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