Femmina, a Trieste già negli anni Venti il sogno d’emancipazione

In città una rivista parlava di diritto di voto, divorzio e lavoro. Un libro ricostruisce le tappe dell’avventura di quelle pioniere del giornalismo

Cristina Benussi
Due copertine della rivista Femmina del 1924
Due copertine della rivista Femmina del 1924

Dopo la Grande guerra, come è noto, le donne italiane che durante il conflitto avevano sostituito i loro uomini nei posti di lavoro non ne volevano più sapere di tornare tra le mura domestiche. Ma le triestine avevano un motivo in più per farlo perché, nel passaggio dalla legislazione austriaca a quella italiana, erano state private di alcune autonomie concesse nell’impero asburgico, venendo così assoggettate del tutto all’autorità maschile, paterna o maritale che fosse. Con Voci di donne: il caso della rivista «Femmina» nella Trieste degli anni Venti (Vita Activa, pp. 340, € 19), Barbara Vinciguerra parte proprio da qui per seguire il percorso di giornaliste decise a dar vita a un progetto culturale capace di pungolare il sogno, spesso sottaciuto, d’emancipazione.

Presenta con precisione documentaria il caso della rivista «Femmina», pubblicata tra il 1923 e il 1925, che cercò di infrangere schemi culturali consolidati fin dalla scelta del nome. È stata la fondatrice stessa Ave Giorgianni, appartenente alla buona borghesia triestina, a spiegare di non aver voluto adottare il lemma “donna”, tradizionalmente impiegato per definire positivamente la madre di famiglia, e di aver preferito ”femmina”, termine usato prevalentemente in senso spregiativo. Lo scopo era evidentemente provocatorio, visto che questa scelta linguistica rivendicava l’aspetto corporeo come spazio di riconoscimento e resistenza, al di fuori della funzione biologica della riproduzione.Non a caso uno dei vocaboli usati con più frequenza nei servizi di questo settimanale era “sorella”, parola che si configurava come un vero e proprio patto sociale, etico ed emotivo tra donne di ogni estrazione sociale. E di culture diverse se, grazie alla lunga tradizione cosmopolita di Trieste, giornaliste e collaboratrici fecero largo uso di prestiti linguistici, in particolare dal francese, dal tedesco e, seppur in misura minore, dall’inglese.

La rivista affrontava temi quali il diritto al voto, la ricerca della paternità, il divorzio, il matrimonio inteso come convenzione sociale, il lavoro, promuovendo un dialogo serrato con le proprie lettrici. Anche grazie alla divulgazione di articoli, riflessioni e narrazioni, sfidava il proprio pubblico a decostruire il modello femminile più attendibile, quello di angelo del focolare. Attraverso testi, immagini fotografiche e riferimenti cinematografici, al suo posto veniva evocata la figura della femme fatale, in verità uno stereotipo di impianto ottocentesco, ma almeno veicolo di un contropotere legato alla seduzione e paradigma di una soggettività consapevole e autonoma.

Di un emancipazionismo non oltranzista dunque era portavoce la rivista, che non ricusò mai il ruolo materno ma che a questo affiancava quello di lavoratrice libera di uscire dalla sfera domestica. Né si limitò a ridefinire l’identità femminile, ma intervenne anche sul modello maschile, che auspicava dotato di sensibilità e fragilità, dunque antitetico rispetto a quello normalmente più accreditato.

Con il passaggio della rivista alla direzione di Ada Sestan, originaria di Pisino, vennero fatte conoscere le condizioni di subalternità e i valori della donna istriana di campagna. Lo stereotipo della seduttrice lasciò il posto alla figura più articolata di una femmina dinamica, sportiva, amante dei viaggi appassionata di automobili, in sintonia con i tempi. Ave Giorgianni ed Ada Sestan non si limitarono a dirigere la rivista, ma curarono ogni aspetto della sua organizzazione, dalla stesura dei testi e dalla gestione delle relazioni con collaboratori e istituzioni fino all’elaborazione delle strategie di marketing. In tal modo «Femmina» stessa, divenuta mensile, invitava anche le altre “sorelle” al giornalismo come a una nuova professionalità.

Certo, Barbara Vinciguerra non ha potuto non rilevare l’eccesso di componenti emotive e passionali che a volte appesantivano articoli e novelle. Ma ha parzialmente giustificato la funzione del genere “rosa”, quale forma di fuga dalla realtà della casa, una sorta di atto di indipendenza per le donne che si identificavano in eroine desiderabili e vincenti. Che però dovettero attendere la fine di un regime che aveva riproposto, rafforzandola, l’icona maschilista e di un’altra terribile guerra per riprendersi e ampliare gli spazi sognati.

Il libro di Barbara Vinciguerra viene presentato venerdì 23 gennaio alla Libreria Minerva alle 17.30.

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