Ritratto del direttore che ha fatto il giornale di tutti i friulani

di PIERO VILLOTTA
A chi gli imputava di fare “il giornale dei morti”, visto l’ampio spazio dato alle necrologie, rispondeva orgoglioso: «Sono notizie che diamo al pubblico e che ci vengono anche pagate». In una parte emarginata della provincia italiana piú profonda, dove tutti direttamente o indirettamente si conoscono, sapere chi è passato a miglior vita è importante. Lo sapeva bene Vittorino Meloni che fondò sul servizio ai cittadini le fortune di quello che per 26 anni sarebbe stato il suo giornale. Erano anni in cui ancora si parlava di funzione formativa del giornalismo, e lui invece, nei fatti, voleva costruire un quotidiano locale di servizio, market oriented. Un modello che negli anni si sarebbe imposto in tutta Italia. Non fu un cammino facile né privo di contrasti che vale oggi la pena di raccontare in sintesi.
Meloni arriva nel 1966 nel “Messaggero” di via Carducci, proprietà della Sve (società veneta editrice), sede dell’unica “rotativa” del Friuli dove, dal dopoguerra, si stampava il quotidiano cittadino. Un giornale conservatore, diretto, nel ‘45-’46 da Mascilli Migliorini e poi lungamente da Carlo Tigoli, legionario fiumano, dalle idee fortemente nazionaliste. Alla morte di Tigoli il giornale fu guidato per un breve periodo da Isi Benini. Nel frattempo era cresciuta a Pordenone la Zanussi e il suo fondatore, Lino, si era procurato parecchie azioni Sve e soprattutto aveva messo gli occhi sull’allora caposervizio udinese de “Il Gazzettino”, Vittorino Meloni.
. L’offset Lino Zanussi veniva quasi quotidianamente a Udine, sede allora delle maggiori banche e di tutti i centri politico-decisionali. Proprio durante queste visite si intensificavano i contatti fra i due. L’industriale aveva «le idee chiare e il braccio corto» (l’espressione è dello stesso Meloni) nel senso che voleva ridurre al minimo i costi del giornale. In America funzionava un sistema di stampa molto piú semplice ed economico per giornali fino a 50 mila copie di tiratura, si chiamava off-set, ma in Italia non era mai stato applicato a un quotidiano e per farlo occorreva rivoluzionare tipografie e redazioni. Nel giro di pochi mesi il patron pordenonese si convinse di avere trovato l’uomo giusto per dar vita a un tale cambiamento.
Gli scontri Meloni entrò al Messaggero Veneto da direttore e da amministratore poiché Lino Zanussi aveva preteso che lo stesso gerente rispondesse anche dell’andamento economico (cosa impensabile con le regole di oggi). Occorreva cambiare tutto e anche la linea editoriale andava spostata verso l’orientamento generale dei friulani che vedeva, nella maggioranza politica locale di centrosinistra, una forte prevalenza delle correnti della sinistra Dc (morotei e forzanovisti). I rapidi cambiamenti gli procurarono vaste antipatie interne ed esterne al giornale. Dapprima rimasero silenziose, ma si coalizzarono e presero voce un anno dopo quando il giornale si schierò apertamente a favore della costituzione della provincia di Pordenone e contro l’istituzione a Udine della facoltà di Medicina. Il Movimento Friuli nacque come bandiera della protesta che era sorta spontanea, ma poi aveva trovato voce in una lettera che 529 preti della diocesi avevano scritto all’arcivescovo e si nutriva di imponenti manifestazioni studentesche. Il movimento trovava l’appoggio anche di un piccolo quotidiano, “Friuli Sera” fondato e diretto proprio da Alvise de Jeso, storico caporedattore del Messaggero Veneto, andatosene dopo l’ingresso del nuovo direttore.
L’incidente Nel mezzo di questa situazione capitò l’incidente. Il sottoscritto, a quei tempi fondatore (benché minorenne) e attivista del Mf, aveva una 500 con sopra il tetto un vistoso supporto di legno (fatto in casa da Romano Guerra, padre di Alessandra) con su scritto “vota Friuli” e con all’interno un sistema di altoparlanti per i comizi volanti. Ogni giorno andavo a trovare Sandro Comini, che allora abitava in viale Duodo, vicino alla sede dell’allora Pci. Io, per comodità, parcheggiavo la mia vistosa utilitaria davanti al Pci. Occasione troppo bella per non fare una foto, alla vigilia delle elezioni regionali del 26 maggio 1968. Ma proprio in quei giorni io non ero a Udine e non parcheggiavo sotto la sede di quel partito. Venne allora in mente a uno zelante collaboratore di prendere una 500, di addobbarla con i manifesti del Mf e parcheggiarla in viale Duodo dove di solito mi mettevo io. Uscí la foto col titolo: ”Ecco chi aiuta i comunisti“. Seguirono denunce, querele, polemiche. Il direttore oltre che per diffamazione venne imputato di attentato ai diritti politici del cittadino, articolo 294 del codice penale.
La svolta. Con quel processo, che durò alcuni anni e si concluse con un nulla di fatto, iniziò una svolta nel giornale e anche nella politica regionale. La politica, in sostituzione della mancata facoltà di Medicina, promise e subito istituí la facoltà di lingue all’università di Trieste con sede staccata a Udine; il giornale utilizzò in maniera originalissima ed efficace le fotografie che in offset venivano decenti mentre col vecchio sistema “a piombo” apparivano pressoché indecifrabili. Ogni manifestazione cittadina o di paese, ogni squadra locale, ogni festa di classe, ogni sindaco ebbe la sua bella foto sul giornale. Anche i necrologi cominciarono a essere dotati di foto, sicché anche chi conosceva il morto solo “di vista” e non di nome poteva partecipare al cordoglio.
Con tante foto, tanto colore, tanta società civile in pagina, la polemica si attenuava ogni giorno di piú e le copie aumentavano. Nasceva una nuova linea editoriale, non preannunciata, né programmata nei tempi, ma in perfetta sintonia col sentire del pubblico.
Nel frattempo, con anni di ritardo, tutta la stampa italiana si adeguava: abbandonava il piombo e passava alla stampa “a freddo”. Le linee editoriali di tutti cambiavano: meno ideologie piú fotografie, piú società.
La tragedia. La notte del 6 maggio 1976 non colse il giornale impreparato. Tutto il sistema di fornitura di notizie e trasmissione foto funzionò. Il Friuli ebbe nel suo giornale uno strumento di diffusione della notizia e delle immagini che altre popolazioni colpite prima da simili tragedie non avevano avuto. Attraverso le pagine del Messaggero Veneto tutti ebbero notizie di tutti. Il giornale, con qualche ritardo, arrivava anche ai corregionali all’estero. Il giornale ebbe cosí una parte fondamentale nella messa in moto della piú colossale macchina di solidarietà registrata nella storia del Friuli. In quei giorni Vittorino Meloni vide consacrata la sua filosofia del “giornale di servizio”. E i riconoscimenti non mancarono al Friuli e nemmeno al “Messaggero”.
Campione di tiratura. Fu registrato in quei giorni il picco delle vendite e della diffusione, ma non solo. Anche nella coscienza collettiva esso divenne il giornale di tutti che vuole dar voce a tutti e non escludere nessuno, cioè il vero capolavoro del suo direttore. C’è chi dice che pubblicando per anni, ogni giorno, il grafico delle scosse, egli tendesse ad alimentare l’ansia collettiva e l’attesa di altre scosse, ma forse era solo la risposta a un rinnovato interesse generale per la sismologia.
Uomo di pace. Vittorino è scomparso nel 2009. La domanda che sorge nei suoi amici e in chi lo ha conosciuto è: ”Come si comporterebbe lui di fronte ai fenomeni dell’oggi?”. Certo la sua esperienza umana e professionale si è conclusa prima dell’esplosione dei “social” che hanno rivoluzionato il modo di dare notizie. Ma di lui rimane il messaggio più importante: essere aperti all’innovazione e mettersi al servizio della comunità, com’essa sia senza chiusure o discriminazioni, saper cambiare, sempre, ascoltare sempre, come faceva lui, nel salotto dell’Astoria, ogni sera quando, davanti a un drink, riceveva tutti. Se gli interlocutori erano tanti anche i drink offerti ai convitati si moltiplicavano, ma l’importante per lui era andare in viale Palmanova, a chiudere il giornale solo dopo aver sentito chi l’indomani l’avrebbe letto.
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