La letteratura tra cattivi e donne fatali: ritorna la scuola di pordenonescrive
Da Don Rodrigo a Mickey Sabbath, da Elena Di Troia a Ellen Olenska: c’è un momento in cui il male inciampa e fa scappare una risata. Il filo rosso dell’edizione 2026

Compie 17 anni pordenonescrive, la scuola di scrittura di pordenonelegge, e dal 5 febbraio al 5 marzo riapre i battenti esplorando topics della scrittura creativa dai i “cattivi” alle “donne fatali”. Gli scrittori Chiara Valerio, Loredana Lipperini, Giampaolo Simi e Gian Mario Villalta si alterneranno nelle lezioni frontali insieme all’autore e curatore di pordenonescrive Alberto Garlini. “Come un romanzo” sarà filo rosso dell’edizione 2026 che prevede 18 ore di lezioni su piattaforma digitale. Il programma dettagliato su pordenonelegge.it, iscrizioni entro il 27 gennaio nell’l’area mypnlegge.
C’è un momento, nella letteratura, in cui il male inciampa. Non è un inciampo qualunque: è quello che fa scappare una risata, e subito dopo la strozza in gola. È lì che nasce una delle lezioni più utili per chi scrive: il cattivo davvero efficace non è solo oscuro, ma può essere anche ridicolo.

Prendiamo don Rodrigo: potente, arrogante, abituato a farsi obbedire con un sopracciglio. Manzoni lo costruisce come un signorotto che crede di essere il centro del mondo, e poi lo lascia lentamente esposto alla luce più crudele: quella in cui il potere, senza il suo teatro, appare come una paura intima, quasi una tara genetica. Don Rodrigo è comico perché è sproporzionato: pretende l’assoluto per un capriccio, si gonfia di autorità, ma basta un granello (un “no”, una minaccia più grande della sua) per vederlo sbriciolare davanti ai ritratti dei suoi nobili (e criminali) antenati. Il lettore ride, sì, ma è una risata inquieta: ridere del potente significa vedere che il potente è umano, e l’umano è fragile. E che anche noi somigliamo ai malvagi.
Un altro esempio potrebbe essere Mickey Sabbath. Con Roth, la risata non nasce dall’ordine che si rompe: nasce dal disordine iperbolizzato, in posa. Sabbath è osceno, clownesco, sfacciato, un giullare che non chiede scusa e non chiede permesso. Fa ridere perché alza il volume del desiderio fino a renderlo grottesco. Ma il suo è un grottesco pieno di crepe: dietro l’energia c’è un vuoto che brucia. Sabbath ci insegna una regola d’oro per la scrittura: un cattivo può essere repellente e irresistibile insieme, e soprattutto può dire molta più verità sulla vita e sulla società dei buoni.
Anche le donne fatali, lontane da essere un cliché, possono essere una forza dal grandissimo impatto narrativo, possono decidere in sostanza dove la storia andrà a parare. E se il cattivo comico ci insegna l’arte dell’ambivalenza, la donna fatale ci insegna l’arte della perturbazione. “Fatale” non perché “rovina gli uomini” (li può anche rovinare sia chiaro, ma non è il punto centrale) ma perché che sposta il baricentro della storia. È un personaggio che, entrando, cambia le regole del gioco.
Elena di Troia è l’archetipo che tutti credono di conoscere: bellezza, desiderio, guerra. Ma il suo vero potere narrativo sta altrove: Elena è “fatale” perché diventa racconto.
Oppure Ellen Olenska (L’età dell’innocenza) e fa una cosa ancora più moderna: non incendia la città, incendia le convenzioni. Ellen è una presenza che mette in crisi un’intera comunità, perché introduce una domanda che l’ordine sociale non sa gestire: posso vivere diversamente? È “fatale” perché è una possibilità. Non seduce solo un uomo: seduce l’idea di una vita meno ipocrita. Ma proprio per questo è pericolosa, perché cambia possibilità narrative individuali e sociali. Quindi se vogliamo scrivere un romanzo, la funzione della donna fatale è narrativa: cambiare gli altri, farli reagire, smascherarli. Non deve essere “buona” o “cattiva”. Deve essere necessaria.
E allora, per chi scrive, la domanda non è: “Come creo un cattivo?” o “Come creo una fatale?”. La domanda giusta è: quale maschera usa il mio personaggio per sopravvivere a se stesso? Don Rodrigo usa la prepotenza (che diventa grottesca). Sabbath usa l’oscenità (che diventa confessione). Elena diventa simbolo (e quindi campo di battaglia). Ellen diventa possibilità (e quindi scandalo). Le storie, in fondo, funzionano così: ci fanno ridere, ci fanno desiderare, e poi ci mostrano che stavamo ridendo e desiderando dentro una trappola meravigliosamente costruita.
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