La poesia è voce prima che scrittura: Gian Mario Villalta racconta «Il canto delle parole»

Il nuovo saggio dello scrittore e poeta pordenonese edito da Garzanti: un viaggio controcorrente alla ricerca del ritmo, del respiro e del corpo della parola

Mary B. Tolusso
Il poeta e scrittore Gian Mario Villalta
Il poeta e scrittore Gian Mario Villalta

«L’individuo si afferma nell’eccellenza, non nell’isolamento. Essere “nel coro” era la condizione stessa dell’arte, la sua continuità nel tempo». Ce lo dice a metà volume il poeta e scrittore Gian Mario Villalta, autore de Il canto delle parole. Le avventure della voce e della poesia (Garzanti, pag. 240, euro 14).

È chiaro che è la voce la vera protagonista del testo, la voce e le sue connessioni con la parola (soprattutto poetica). Ma prima della voce, è bene ricordare – scrive l’autore – che c’è un “noi”, non un “io”. La lingua insomma è una capacità che si acquisisce da tutta una serie di elementi e regole collettive: «Diventiamo un “io” dentro un intreccio di relazioni intime e profonde con qualcun altro. L’“io” nasce dal “noi”, non il contrario. Prima di essere individui siamo relazione».

Chiarito questo elemento ce n’è un altro già indicato nel titolo: il canto. La poesia non è soltanto ciò che si legge: è ciò che risuona. È attorno a questa intuizione che Villalta costruisce un saggio sostenuto da una constatazione tanto semplice quanto radicale: abbiamo imparato a leggere la poesia con gli occhi e abbiamo progressivamente dimenticato che, prima di essere scritta, la poesia è stata voce, ritmo, canto.

Ecco allora il viaggio dentro la natura sonora del linguaggio, alla ricerca di ciò che la scrittura rischia di lasciare in ombra: il respiro, l’intonazione, la pausa, la cadenza, tutto ciò che trasforma una successione di parole in un’esperienza fisica e mentale. Il verso, prima ancora di prendere una forma sulla pagina, è infatti un evento della voce. Insomma la possibilità è quella di restituire alla poesia il suo corpo. Quel corpo perso di secolo in secolo (anche) grazie all’evoluzione della tecnologia e non solo. La stampa per esempio, è uno degli elementi che ha radicalizzato la dimensione silenziosa della lettura. E prima ancora l’acquisizione della scrittura, quando la scrittura, anticamente, svolgeva solo una funzione mnemonica. Da lì in poi la poesia viene consumata dentro uno spazio mentale nel quale la voce sembra superflua.

Eppure nella parola poetica continua ad abitare una musica che soltanto la voce è in grado di rendere pienamente sensibile. Pronunciare una poesia a voce alta significa porre attenzione al ritmo (che può dirci una tensione nascosta), alle pause (che possono modificare il senso di un verso). Dalla Grecia antica alla poesia contemporanea, la storia della quinta musa diviene anche storia dell’ascolto restituendoci un punto fondamentale: la voce non è solo un elemento accessorio, così come l’avvento della scrittura non coincide con una semplice evoluzione tecnica, ma modifica il rapporto tra poeta, testo e lettore. Certo in un mondo pieno di comunicazioni istantanee, chi ha voglia di ascoltare un poeta? Le cose erano diverse in passato, almeno fino all’avvento della musica (non quella della voce ma degli strumenti musicali) quando i poeti furono declassati dal loro ruolo nel giro di pochi decenni (da poeta a librettista per esempio), obbedendo al tempo dei musici. Ma la parola ha bisogno invece del suo tempo per depositarsi, una dimensione che la pagina scritta tende a velocizzare (la lettura mentale), mentre la poesia accade nel tempo della sua pronuncia. Il lettore non è solo colui che decifra un testo, ma diventa colui che lo riattiva.

“Il canto delle parole” non è una semplice metafora quindi. Il canto è la condizione originaria verso cui Villalta riconduce la poesia: non necessariamente il canto musicale, naturalmente, ma quella dimensione ritmica nella quale la lingua diventa esperienza, memoria, relazione. Un percorso che arriva fino ai grandi del Novecento, da Celan a Montale, da Sereni a Zanzotto. Ma attenzione, non siamo davanti a un arido trattato sulla fonetica del verso. La poesia diviene una forma del tempo e la domanda che ci rimanda è: dentro di noi che cosa rimane delle parole? E se la parola è fisica (intonazione, respiro, pronuncia) che cosa ci restituisce in un mondo in cui la comunicazione tende sempre più a separare la parola dalla presenza del corpo? Il saggio è un gesto controcorrente, ci invita a parlare meno, ad ascoltare di più, suggerisce esercizi di lettura collettiva e ascolto. Perché ricordiamolo: prima dei libri esisteva la poesia, prima del lettore esisteva colui che ascoltava una voce, una presenza.

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