Paolo Trincia e l’uomo sbagliato: «Racconto la malagiustizia»

Mercoledì sera al Giovanni da Udine “L’uomo sbagliato - Un’inchiesta dal vivo”, il 7 aprile al Rossetti di Trieste

Gian Paolo Polesini
Paolo Trincia protagonista dell’evento mercoledì sera al Teatrone
Paolo Trincia protagonista dell’evento mercoledì sera al Teatrone

Il tour è da rock star: quarantacinque sono le date italiane in cartellone da metà dicembre 2025 fino a maggio 2026, con il gran finale a Genova. Non c’è città italiana che Pablo Trincia non abbia incluso in questa avventura. Lui è un giornalista, divulgatore, la versione contemporanea del poeta popolare e del cantastorie.

La sua voce fa palpitare i seguaci nel mondo in espansione dei podcast, la nuova frontiera dell’ascolto on the road. O anche dal divano, per chi odia separarsi dalle ciabatte. Il luogo è ininfluente: la realtà è che il pubblico vuole storie, chiede le storie, è goloso di storie.

Trincia lo sta sfamando con la sua ultima creazione: “L’uomo sbagliato - Un’inchiesta dal vivo”. Mercoledì 18, alle 21, l’evento sarà al Giovanni da Udine. E il 7 aprile al Rossetti di Trieste. A cura di Azalea. Una vicenda pazzesca che ci fa indietreggiare agli anni Novanta, nel Sud Italia: quattordici donne anziane furono barbaramente uccise. Scattarono i processi e gli arresti e c’è chi finì in gattabuia. Ma nel 2006 un serial killer tunisino confessò di essere lui l’assassino. Colpo di scena!

Quanti uomini sbagliati marciscono in galera da innocenti? «Ah, tantissimi. La giustizia, anzi la malagiustizia, è un tema infinito. A me tristemente caro perché mio nonno Ehsan Tabari, filosofo e politico iraniano, fu arrestato e torturato negli anni della Rivoluzione che rovesciò lo scià Mohammad Reza Pahlavi. Non vorrei dilungarmi in fatti privati, ma è chiaro un mio coinvolgimento in circostanze in cui s’impone l’ingiustizia. Dunque, torniamo a noi. Racconto un caso giudiziario quasi sconosciuto: quattordici omicidi identici commessi in Puglia e in Basilicata tra il 1994 e il 1997. Per questi crimini furono arrestate diverse persone, spesso indigenti e vulnerabili, che confessarono sotto minacce e pressioni. E qui entrò in gioco Ezzedine Sebai: dopo nove anni di galera, nel 2006, riconobbe i suoi atroci gesti, svelando così un enorme errore giudiziario».

«La giustizia – prosegue Trincia – non sarà mai immune da fenomeni analoghi: è obbligatorio uno slalom continuo fra pregiudizi e indagini mal condotte. E non esistono Paesi dove la bilancia sia perfettamente in equilibrio. A volte si costruiscono prove che non sosterrebbero nemmeno il trespolo di un uccellino, ma c’è sempre bisogno di un capro espiatorio, che poi è un aspetto della tradizione ebraica. A una capra legavano degli stracci in rappresentanza dei mali, mandandola a morire nel deserto così da allontanare la negatività. Un sistema come un altro per rasserenare il popolo, avido di un colpevole».

Il podcast, in questi ultimi anni, è diventato una solidissima forma di intrattenimento. La conferma è il successo dei suoi casi. «Il segreto sta nel fatto di essere uno strumento on demand: ovvero lo ascolti quando vuoi, non devi sottostare a orari, come capitava un tempo con i programmi televisivi o con quelli radiofonici. Ora con le piattaforme il palinsesto lo fa tu. E il podcast rientra in quella logica. Quindi, nei momenti vuoti di una giornata, quando guidi, o mentre cammini o corri puoi scegliere il tuo compagno di viaggio preferito e più adatto a quel preciso momento».

Ci vuole fiuto per scovare la narrazione adatta. Lei si fida dell’istinto? «Deve piacermi. Il primo spettatore sono io. Qualcuno dice che la voce conta per creare l’atmosfera. Può darsi: Barbero, per esempio, è uno dei più amati, ma non ha una gran voce. La bravura va oltre il timbro vocale: è come ti poni, in che modo riesci a ipnotizzare una platea. Vede, noi siamo tutti un po’ figli di Marco Paolini, il capostipite. Il suo “Vajont” ha fatto scuola. La scelta di uscire da un altoparlante per approdare a un respiro teatrale significa semplicemente seguire le orme di un grande».

Come sarà la scena? «Molto semplice. Nessun effetto speciale, soltanto il racconto, che spero sia potente. E un grande schermo con il quale interagire: foto, statistiche, documentari, insomma la mia spalla virtuale».

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