Tra sculture e quadri: l’opera di Sam firma la storia di Pordenone

Sono molti i lavori in città dell’artista morto nel 2010. A ripercorrerne i passi è un volume firmato dalla moglie

 

Cristina Savi
Il San Francesco realizzato da Sam in piazza della Motta
Il San Francesco realizzato da Sam in piazza della Motta

 

A quindici anni dalla scomparsa, il nome di Pierino Sam continua ad affiorare in molti luoghi del Friuli occidentale e non solo. Scultore, pittore e autore di numerose opere pubbliche, l’artista nato a Tiezzo nel 1921 e morto nel 2010 ha lasciato una traccia significativa nel paesaggio urbano e religioso del Pordenonese e del Veneto orientale, attraverso una produzione che ha attraversato oltre sessant’anni di attività.

A ripercorrerne il cammino è il volume “L’arte di Pietro Sam e le epoche storiche”, pubblicato tempo fa dalla Tipografia RZ di Pordenone e curato dalla vedova Urania Beni. Il libro raccoglie immagini, documenti e testimonianze che consentono di seguire l’evoluzione artistica di Sam e il suo rapporto con la storia, la spiritualità e il territorio. Nelle sue pagine emerge il profilo di un autore riservato ma instancabile, legato al lavoro quotidiano e alla continua ricerca espressiva.

«Era una persona umile e disponibile al dialogo con il pubblico», ricorda Urania Beni. «Apprezzava soprattutto le persone serie e laboriose. La sua produzione artistica era autenticamente tutta sua e nelle meridiane e nei ritratti in bronzo credo abbia raggiunto risultati di grande valore».

Secondo i dati raccolti nell’archivio familiare, Sam realizzò circa 90 opere pubbliche nella provincia di Pordenone, 75 affreschi, un centinaio di meridiane artistiche e 16 Via Crucis collocate in chiese del territorio. A queste si aggiungono numerosi busti, pannelli in rame sbalzato, vetrate e opere destinate a edifici civili e religiosi.

Tra i lavori più noti figurano il San Francesco in piazza della Motta e il Cavallino nella piazzetta Calderari a Pordenone, il monumento agli Alpini a Vallenoncello, la Libertà ad Azzano Decimo, il monumento ai Caduti a Villotta di Chions, il Donatore di organi a Roveredo in Piano, il Bersagliere del museo della Guerra di San Vito al Tagliamento e il monumento al beato Odorico sul sagrato della chiesa di Villanova. Particolarmente importante è anche il complesso bronzeo Il ceppo torna a fiorire collocato davanti all’ospedale di Portogruaro.

Proprio il monumento al beato Odorico è indicato dalla vedova come una delle opere più rappresentative. «Era molto legato a quella statua, così come al San Francesco della Motta e al monumento di Portogruaro. Continuava a pensare alle sue opere anche dopo averle concluse».

Una parte consistente della produzione di Sam riguarda inoltre l’arte sacra. Via Crucis in terracotta, vetro dipinto e rame sbalzato, portali bronzei, vetrate e affreschi testimoniano una presenza diffusa nelle chiese della provincia. Altrettanto significativa è l’attività legata alle meridiane artistiche, che supera il centinaio di realizzazioni e che nel 2008 gli valse un riconoscimento da parte dell’Associazione Autori di Meridiane.

Negli ultimi anni un contributo fondamentale alla conservazione della memoria dell’artista è stato offerto dalla vedova Urania Beni e dalla sorella Grazia Micaela Beni. Attraverso un lavoro durato diversi anni hanno raccolto, ordinato, catalogato e digitalizzato fotografie, documenti, immagini delle opere e articoli di giornale, costruendo un archivio di grande interesse per la storia culturale del territorio.

Questo impegno ha portato nel 2020 alla donazione al Comune di Pordenone di fotografie, disegni, linoleografie, pubblicazioni e migliaia di file digitalizzati, oggi conservati nel Museo civico d’arte di Palazzo Ricchieri. Grazia Micaela Beni ha seguito in particolare il lavoro di raccolta, riordino e digitalizzazione dei materiali, mentre Urania Beni si è occupata dell’identificazione delle opere e della ricostruzione del percorso artistico del marito.

Un patrimonio che permette oggi di documentare non soltanto l’attività di uno degli artisti più prolifici del territorio (e «un’eredità culturale che è esempio di vita fervida, operosa e generosa per le giovani generazioni» conclude Urania Beni) ma anche una parte importante della storia civile, religiosa e sociale del Pordenonese nel secondo dopoguerra.

 

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