Gianluca Guidi a Udine rilegge la musica di Sinatra: «Artista straordinario»

Il figlio di Dorelli è atteso il 2 luglio alla Vedova in jazz. Sul palco Sabatini, Rosciglione e Marzi

Gian Paolo Polesini

 

“The Man and His Music”. Un uomo e la sua musica. È il tributo che Gianluca Guidi dedica a Frank Sinatra, ricreandone l’eleganza e l’atmosfera con una voce calda e duttile, eredità che sembra arrivare dalla scuola paterna. L’evento è vicino: il concerto è per giovedì 2 luglio, alla “Vedova in jazz” in via Tavagnacco a Udine. Faranno compagnia a Guidi sul palco il pianista Stefano Sabatini, il contrabbassista Dario Rosciglione e il batterista Alessandro Marzi.

Lo spettacolo s’intitola semplicemente “Gianluca Guidi canta Sinatra”. Una scelta molto diretta.

«Sì, perché è esattamente quello che è. Un concerto-racconto dedicato a un artista straordinario».

Lei coglie spesso l’occasione per riflettere sul teatro italiano di oggi.

«Credo che negli ultimi anni noi operatori dello spettacolo abbiamo inseguito troppo il gusto del pubblico invece di cercare anche di formarlo. Il pubblico italiano è stato abituato più a riconoscere che a conoscere».

È un problema culturale?

«Sì. È un Paese che rischia di dimenticare il proprio patrimonio teatrale. All’estero molte opere della nostra tradizione vengono valorizzate e aggiornate, mentre noi spesso le trascuriamo».

Torniamo indietro nel tempo. Sanremo 1989 e poi il ritorno nel 1990.

«Ricordo soprattutto un’immagine molto divertente. Io ero vestito in modo elegantissimo, quasi da banchiere, e poco prima di me saliva sul palco Jovanotti con il cappello da cowboy e le frange. In quel momento pensai: “Ma che roba è?”. Poi ho capito che vedeva molto più lontano di tutti noi».

Essere figlio di Johnny Dorelli e Lauretta Masiero l’ha naturalmente guidata verso questo mestiere?

«Da bambino volevo fare il pompiere. Poi quella fase è passata e il teatro è diventato la mia strada. Nelle famiglie artistiche succede spesso così: o rifiuti completamente quel mondo oppure ne rimani inevitabilmente affascinato».

Che padre è stato il suo, anche dal punto di vista artistico?

«Prima di tutto un padre. Il fatto che fossimo personaggi pubblici ha sempre un po’ alterato la percezione del rapporto, ma quando si chiude la porta di casa resta semplicemente una relazione fra un papà e un figlio».

Ha avuto il piacere di lavorare con i grandi protagonisti del teatro italiano.

«Assolutamente. Nino Manfredi è stato generosissimo con me; Calindri era completamente diverso, ma altrettanto straordinario. Poi è arrivato Gigi Proietti, con il quale è nata una vera amicizia durata vent'anni. A loro devo moltissimo».

Tra i suoi lavori più importanti c’è sicuramente “Aggiungi un posto a tavola”, lo spettacolo simbolo di suo padre.

«Lo conosco da quand’ero bambino. Mi sono infilato per quasi seicento repliche nel costume di don Silvestro e, nell’ultima edizione, ho curato pure la regia e la direzione artistica. Pensai a un unico obiettivo: non trasformarlo in una cartolina del passato».

Papà venne a vederla?

«Sì, più volte. Sembrava contento e io ero felice che lo fosse. In fondo quella era anche una sua creatura e vederla continuare a vivere non poteva che fargli piacere».

 

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