La lezione del Taramot: salvare una comunità non soltanto le case
Venerdì con il giornale un libro che racconta come sopravvivere all’annientamento della propria identità. Il volume è ricco di materiale fotografico

Serviva un libro con le parole scritte in marilenghe perché pensate in marilenghe, per raccontare il terremoto del Friuli anche perché oggi, a cinquant'anni da quella tragedia, quasi la metà della popolazione friulana è nata dopo il 1976.
Taramot (edito da Nem e La Vôs dai furlans, da venerdì 4 settembre in vendita con il Messaggero Veneto a 8,90, più il prezzo del quotidiano), è la testimonianza non soltanto di quanto accaduto quel 6 maggio ma anche il segno tangibile di un traguardo raggiunto.
Con l’anniversario del cinquantesimo si concretizzano infatti non solo il passaggio dalla memoria individuale alla storia ufficiale, ma la responsabilità che il racconto dei fatti consegna ai suoi narratori.
Terminate le cerimonie e i momenti celebrativi dedicate al cinquantesimo in cui le collettività dei paesi colpiti si sono ritrovate insieme per “tenere a memoria” quanto accadde, si può ora finalmente pensare che la storia del popolo friulano e del suo terremoto meriti di entrare nei libri di scuola, così che i bambini di domani sappiano cosa è successo, perché c'è un prima e un dopo terremoto, perché è un dovere essere orgogliosi di quanto fatto, diventando per tanti addirittura un “modello”, ma senza dimenticare gli errori e le occasioni perdute.
Leggiamo nelle prime righe del volume: “Il Friûl prime di chê gnot dai 6 di Mai dal 1976, al veve un pît tal passât e chel altri tal doman, ovvero “il Friuli prima di quella notte del 6 maggio 1976, aveva un piede nel passato e l’altro nel futuro” e ancora, il friulano era parlato ovunque mentre l’italiano era la lingua che si parlava a scuola e negli uffici pubblici, ogni famiglia aveva almeno un parente emigrato all’estero in cerca di fortuna.
Un altro mondo, con le donne nei paesi vestite di scuro e con il fazzoletto in testa, auto poche e piccolo, e I bambini a giocare in strada. Il terremoto segnò non soltanto la perdita di vite e paesaggi contadini e urbani fu anche la linea di demarcazione tra il prima e il dopo.
Con un corredo di un ricco materiale fotografico, il libro riporta tra le pagine non solo l’entità della magnitudo 6,5 della Scala Richter ma anche le sue coordinate: l’ora, le nove di sera di un giovedì, il tempo eterno della scossa, un minuto, l’epicentro del sisma, nel mezzo tra Gemona, Artegna e il Monte San Simeone ma anche la distruzione totale di palazzi, case, chiese, scuole.
Spiega perché la terra friulana tremi e ogni quanto tempo, prende nota dei ventimila soccorritori, vigili del fuoco, militari e soprattutto alpini che intervenirono per aiutare e omaggia figure carismatiche.
Nei dieci capitoli colpiscono non soltanto le cronache ma le immagini di uomini e donne intenti a fare. A memoria di chi leggerà c’è l’aneddoto del giornalista Gianni Minà che incontra una giovane donna, Lucia Lizzi, di Buia. Minà le chiede perchè non pianga e la donna risponde: “A ce covential vaî? Achì bisugne tornâ a fâ sù”. Ma ci sono anche e le parole pronunciate da Alfredo Battisti, il “vescovo del terremoto”.
In quanto arcivescovo di Udine durante il disastroso terremoto non si limitò a pronunciare la frase “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese", fu concretamente vicino alla sua gente così come lo furono il gruppo di preti de Glesie Furlane, autori della lettera-manifesto “Ai friulani che credono” una spinta, un’esortazione a ricostruire rispettando la storia, che andava al di là della fede.
Nel libro sono ricordati anche i sindaci, veri protagonisti della ricostruzione, il presidente Antonio Comelli e il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti. Ma soprattutto Taramot ci ricorda una lezione che non può essere perduta: un sisma distrugge non solo le case ma le comunità.
La gente non va “deportata” altrove. Solo ricostruendo pezzo per pezzo, numerando pietra per pietra, come per la ricostruzione del Duomo di Venzone, si può sopravvivere all’annientamento della propria identità, salvando un pezzo alla volta, salvandosi restando uniti: “Un modon par omp e o tornarìn a plomp”.
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