Train to Busan, il film sugli zombie diventato un cult arriva in Italia con una casa udinese
Dal 2 settembre nelle sale italiane distribuito dall’udinese Tucker. Era stato presentato in anteprima al Far East Film Festival. Un viaggio diventa un incubo: i mostri siamo anche noi

Per meglio comprendere il senso di “Train to Busan”, a dieci anni dal debutto, è necessario calarci nella Cannes del 2016, una notte vissuta sotto l’insegna delle “Séances de Minuit” in una sala sulla Croisette.
Ricorda Sabrina Baracetti, presidente del Cec e, quella sera di maggio, seduta in platea. «Non so come, ma quel film coreano ipnotizzò tutti noi: gente che urlava, un terrore condiviso, tant’è che poi quel titolo ebbe un successo incredibile in tutto il mondo. Diciamo che il cinema orientale, nella seconda decade del Duemila, non andava forte come oggi, sebbene il nostro “Far East” avesse già diciotto anni di esperienza. Però, questo va detto, la pellicola non fu mai proiettata in Italia, solamente sulle piattaforme, mentre uscì in decine e decine di altri Paesi».
Ebbene, nell’anno del decennale, “Train to Busan” di Yeon Sang-ho — sostenuto dalla joint venture Tucker Film e BIM Distribuzione — farà in 4K la sua prima comparsa oggi, mercoledì 2, sugli schermi italiani. A Udine, ovviamente, lo si potrà vedere al Visionario di via Asquini.
Restiamo un attimo nel 2016 per cogliere il significato di quel treno lanciato verso Busan con a bordo un padre, sua figlia e un’umanità destinata in poche ore a confrontarsi con un’epidemia zombie. Attualmente la cinematografia coreana è celebrata, studiata e premiata. Dopo il trionfo agli Oscar di “Parasite” di Bong Joon-ho nel 2020, nessuno si sorprende più davanti alla capacità della Corea del Sud di mescolare generi, spettacolo, critica sociale e cinema d’autore.
Dieci anni fa le cose stavano diversamente. «Nessuno sapeva con esattezza — prosegue il racconto di Baracetti — quale direzione avrebbe preso un film dal fascino oscuro e persistente, ma di difficile lettura, nonostante l’opera di Yeon Sang-ho avesse eccome dei predecessori noti. Vorrei menzionare “L’alba dei morti viventi”, il remake del 2004 del famosissimo “Zombie” di George Romero del 1978».
Chiamarlo semplicemente film di zombie è riduttivo. I mostri ci sono e fanno pure impressione. Corrono, mordono, si ammassano, invadono i vagoni e trasformano il viaggio ferroviario in un incubo. Yeon Sang-ho usa il genere come altri utilizzano il dramma sociale. Dietro l’orrore c’è un’idea precisa della società: rapporti umani, egoismo, paura e capacità — o incapacità — di sacrificarsi per qualcuno. Il mostro, alla fine, non è mai soltanto il mostro.
Lo zombie cambia significato a seconda del momento storico in cui lo si guarda. Può rappresentare una collettività malata, la sopraffazione, un mondo che divora sé stesso. Ognuno può metterci dentro le proprie angosce. Nell’epoca delle guerre e dell’uomo che mangia uomo, come emerge nella conversazione che accompagna questa prima uscita italiana, la metafora non ha perso forza, semmai ne ha acquistata.
Sarebbe, però, altrettanto sbagliato trasformare “Train to Busan” in un trattato filosofico con qualche morto vivente attaccato ai finestrini. L’opera va alla grande perché è spettacolare, diciamolo. Corre, spaventa, ti tiene inchiodato alla poltrona, proprio perché unisce anima popolare e sguardo autoriale. La distinzione fra cinema colto e commerciale qui serve poco. La fantascienza ce lo insegna da sempre: puoi raccontare universi impossibili e puoi parlare con estrema precisione di quello nel quale viviamo. Yeon Sang-ho fa qualcosa di simile con l’horror. Intrattiene mentre osserva il presente.
Dicevamo del restauro in 4K: restituisce fotografia, scenografia, trucchi e potenza visiva. Non la possiamo considerare una riedizione, piuttosto una prima volta. E c’è qualcosa di singolare nel fatto che avvenga proprio oggi. Nel frattempo il cinema sudcoreano ha percorso una distanza enorme nell’immaginario occidentale. Quello che dieci anni fa poteva apparire come un oggetto curioso proveniente da una cinematografia ancora poco familiare al grande pubblico è diventato parte di un movimento riconosciuto fra i più vitali dell’arte contemporanea.
A testimonianza dello status di cult raggiunto dal film va rilevata la presenza all’anteprima romana del regista Gabriele Mainetti, grande appassionato del cinema dell’Estremo Oriente.
Va rilevato, per completezza, anche il periodo recente, definito “strano”, del cinema sudcoreano, ancora sofferente per la crisi post-pandemica. Il 2025 è stato un anno che probabilmente i cineasti vorrebbero dimenticare. Il 2026 ha creato qualche aspettativa, soprattutto per merito di operazioni giudicate minori, ma vincenti al botteghino.
Ci si aspettava molto, altresì, da “Mickey 17” dell’Oscar Bong Joon-ho, del quale parlavamo poc’anzi, con Robert Pattinson. Sono stati poco più di tre milioni gli spettatori ad affollare i cinema della Corea: un risultato importante, ma inferiore alle aspettative legate al ritorno del regista dopo il trionfo mondiale di “Parasite”.
Il futuro raccontato da Bong porta l’umanità lontano dalla Terra, sul pianeta ghiacciato Niflheim, dove Mickey è un lavoratore sacrificabile destinato a morire e a essere ristampato ogni volta. Un mondo nel quale la vita umana può diventare materiale di consumo. Forse perché, a ben vedere il presente, i disastri ci sono anche ora senza bisogno di aspettare domani.
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