Le domande sulla Risurrezione sono l’interrogativo sulla cristianità

Nei Paesi di tradizione cristiana, Italia compresa, il cardine della fede in Cristo – la Risurrezione – trova percentuali basse di credenti anche fra chi si dichiara cristiano. Questo dicono i sondaggi, ma è facile riscontrarlo anche di persona nell’esperienza quotidiana. Riflettiamo.
* * *
«Se Cristo non è risuscitato, è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede». Scriveva così nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto, nel I secolo d.C., Paolo di Tarso (ovvero l’apostolo Paolo, o San Paolo).
Vi erano infatti alcuni, già nei decenni successivi alla morte di Gesù di Nazaret, che si ritenevano cristiani pur ritenendo impossibile la risurrezione dai morti: sia quella di Cristo sia quella di chiunque altro.
Dal Nuovo Testamento risulta che costoro divulgavano una dottrina secondo la quale, come sintetizzò ancora Paolo nella seconda lettera a Timoteo, la risurrezione era “già avvenuta”.
Con ciò, probabilmente, intendevano dire che la dottrina e l’esempio di Cristo avevano una valenza unicamente terrena: secondo loro si trattava, in pratica, di un rinnovamento interiore, di un cambiamento di idee e di stile di vita che rendeva sì persone “nuove”, ma senza sfociare in una vita successiva a questa.
La dimensione trascendente del messaggio di Gesù veniva perciò negata e l’esistenza umana, comunque vissuta, confinata in questo mondo. Se così fosse, tuttavia, Gesù sarebbe tutt’al più uno dei grandi saggi e martiri della storia umana: un “maestro” da ammirare e dal quale trarre buoni esempi, ma non il Figlio di Dio né il Messia né il Salvatore crocifisso a causa e per il perdono dei nostri peccati: non colui che ha lasciato il sepolcro vuoto per aprirci la porta dell’immortalità, insomma.
L’idea di una fede in Cristo relegata alla dimensione terrena era, secondo Paolo, un gravissimo errore capace di «rodere come la cancrena» – troviamo scritto proprio così – e di “sovvertire la fede” di molti. E aggiungeva: “se i morti non risorgono mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. Se speriamo in Cristo soltanto per questa vita, siamo i più miserabili di tutti gli uomini”.
In effetti, se Cristo non è risorto e noi non risorgeremo, perché mai dovremmo regolare con buona volontà, fede e spirito di sacrificio la nostra vita secondo i suoi insegnamenti? “Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore”, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: ma a che pro, se poi tutto finisce qui?
“Ho il potere di dare la mia vita e il potere di riprendermela. Io do ai miei discepoli la vita eterna. Io dimoro nel Padre e il Padre dimora in me. Io sono la via, la verità e la vita: nessuno va al Padre se non per mezzo mio. Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà”: così si esprimeva Gesù secondo il Vangelo di Giovanni e, in modo analogo, anche negli altri Vangeli.
Ma ci credono, oggi, i cristiani? Vivono orientandosi grazie a questi princìpi, a questa speranza? Oppure la loro vita può tranquillamente proseguire anche senza la prospettiva ultraterrena? E, se così fosse, che cristiani sono?
Guardiamoci attorno. In un Paese come il nostro, avvezzo a sottolineare le proprie vere o presunte radici cristiane, la questione se Cristo sia risorto oppure no, e se i morti possano risorgere o meno, in genere non è vissuta come decisiva: che sia o che non sia, di fatto, ai più poco importa.
“Perché cercate il vivente tra i morti?”: questa, stando al Vangelo di Luca, è la domanda posta da due angeli alle donne che, nel giorno della Risurrezione di Cristo, si recarono al sepolcro senza trovarvi il suo corpo.
L’interrogativo è più che mai attuale: Gesù è morto o vivo?
Lo cerchiamo – se lo cerchiamo – solo come un grande personaggio storico scomparso, oppure come colui che ha il potere di donare, a chi lo segue, la vita eterna con Dio?
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








