L’amarezza di Gasparini: «La fotografia? È morta. Il mondo è manipolato»

All’artista di 92 anni, che ha raccontato l’America Latina come pochi altri, l’omaggio del Premio Hemingway

 

Cristina Feresin

 

Con il volume Adiós a la fotografía (Edizioni Papeles Mínimos, 2026), Paolo Gasparini si è aggiudicato la 42. Edizione del Premio Hemingway nella sezione Fotografia / Fotolibro, premio ideato dal Comune di Lignano Sabbiadoro in collaborazione con Fondazione Pordenonelegge.it. che, da giovedì, celebrerà cinque protagonisti del nostro tempo. Oltre a Gasparini, appunto, anche lo scrittore Niccolò Ammaniti, lo psichiatra Paolo Crepet, la saggista Giada Messetti e lo scrittore turco-curdo Burhan Sönmez

Un importante riconoscimento per il fotografo goriziano, classe 1934, residente a Caracas dal 1954 e tra le figure centrali della fotografia latinoamericana contemporanea, attualmente presente a Gorizia, a Casa Morassi, con l’esposizione curata dal CRAF di Spilimbergo Via per le strade, visitabile fino al 27 settembre.

Cosa l’ha spinto a pubblicare Adiós a la fotografía?

«Come ha detto Susan Sontag la fotografia è stata inventa per comprendere, documentare il mondo. Oggi, invece, non esiste più perché viviamo in un mondo di guerre, con presidenti che vogliono distruggere tutto in una notte, e l’Intelligenza artificiale che offusca la nostra capacità di conoscere, capire. Siamo al punto in cui la fotografia non è più credibile, non sai se quello che vedi è vero o faso, sembra che sia diventata un passatempo, un gioco su Instagram, una strategia per non farci confrontare con la realtà».

Uno dei testi del libro è intitolato La fotografia è morta. Che cosa la spinge ad essere così definitivo?

«Non credo sia per l’età, a 92 anni continuo a pensare come quando ne avevo 18, ma vedo che la fotografia non è più quello che era: tutto oggi è falsato e manipolato. Penso all'immagine dell'“Angelo della Storia” di Walter Benjamin, simbolo di un'umanità trascinata verso il futuro mentre osserva le rovine e le catastrofi del passato accumularsi. Questa visione mi ricorda il trauma che ho provato di fronte alle testimonianze dei campi di sterminio nazisti e mi indigno per la diffusione di immagini manipolate dall'intelligenza artificiale che ne attenuano la brutalità. Penso alla tragedia di Gaza, fatta di distruzione, fame e morte, e critico l'impunità di Netanyahu, la gravità degli eventi e la normalità con cui vengono presentati sulla scena politica internazionale».

Lei scrive che Adiós a la fotografía non è un fotolibro, ma un “lungo diario di viaggio”. Qual è la differenza?

«Non è un fotolibro ma è anche un fotolibro perché all’interno c’è una parte tipica dei fotolibri, con i dittici accoppiati che dialogano accompagnati dai testi di Juan Antonio Molina nella sezione dedicata a Cuba e di Giuliano Salvatore su Panama, ma l’insieme è un viaggio nelle esperienze, lo considero uno zibaldone».

Ha incontrato moltissimi intellettuali e persone comuni di ogni latitudine. Chi ricorda con maggior intensità?

«Sicuramente Franca Donda, la mia ragazza dei vent’anni. Siamo stati innamorati, sposati, divorziati, sempre amici solidali, aiutandoci in tutto e ovunque, dal Fvg al Venezuela. E il pescatore Gregorio Fuentes, che incontrai a Cuba, più precisamente a Cojímar, negli anni ’60. Era il marinaio che aveva raccontato a Ernest Hemingway la storia del vecchio e del mare. Un uomo con un coraggio estremo».

A Gorizia, a Casa Morassi, è in corso la sua mostra “Via per le strade”. Qual è l’idea di fondo?

«L’idea, nata da GO!2025, si sviluppa attraverso i luoghi che rappresentano la mia storia: Gorizia con il ritratto di Aldo Mazucco da cui ho appreso il mestiere, i ritratti degli amici pittori, la storia che esce dalle immagini del sacrario di Redipuglia, dal cimitero ebraico di Nova Gorica, le tombe dei deportati e l’orrore delle guerre. E poi il lungo viaggio fatto nel tempo in America Latina, Stati Uniti ed Europa. Infine le immagini dei bambini, ritratti per la maggior parte in America, per riflettere sulla condizione dell’infanzia e drammi d ieri e di oggi attraverso il loro sguardo».

Per citare il titolo di uno dei fotomurales della mostra: Dov’è la sua patria?

«È una domanda che mi ricorda un po’ quei settimanali sentimentali tipo Grand Hotel: qual è stato l’amore più grande? Quello che è durato di più. Così la mia patria è dove sono stato di più, quindi il Venezuela e l’America Latina».

 

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