Omaggio a Luciano Ceschia, una mostra racconta il percorso dell’artista friulano

Si ricordano i cento anni dalla nascita dello scultore e pittore di Tarcento. La rassegna sarà allestita nella sede della Fondazione de Claricini Dornpacher. In esposizione una cinquantina di opere dagli anni Settanta fino al 1990

 

Isabella Reale
Luciano Ceschia
Luciano Ceschia

 

Gli anniversari e in particolare i cento anni dalla nascita di un’artista possono essere commemorati o addirittura celebrati in molti modi: usualmente sono i musei e le istituzioni culturali a ricordarceli, magari con una mostra o un convegno ma quel che conta maggiormente ai fini concreti di una imperitura fama è soprattutto l’attualità e l’eredità lasciata dalla sua opera, che non si disgiunge dal suo valore, certo anche economico.

E in questi tempi un po’ smemorati, dove si è allentato, per non dire svanito, quello che era il sistema dell’arte fatto da esposizioni periodiche dove le generazioni e le tendenze si confrontavano, sostenute da enti che anche acquistavano, da critici autorevoli e da attenti collezionisti, magari vivacizzato da accesi dibattiti, rivisitare i “nostri” migliori-alla prova del tempo- artisti è oltretutto un dovere, direi, visto quanto hanno lasciato alla cultura e all’immaginario collettivo delle nostre comunità.

Questo è certamente il caso di Luciano Ceschia, nato a Coia di Tarcento il 4 giugno 1926, scultore, pittore, ceramista, formidabile disegnatore, che un ampio e documentato sito, grazie alla famiglia, ne racconta l’opera e la vita, purtroppo breve, essendo scomparso a Udine nel 1991, ma intensa di esperienze e ricca di riconoscimenti, come testimoniano le collezioni pubbliche dove figura, i tanti monumenti che ha disseminano nelle piazze, nei parchi dedicati alla scultura, e i suoi bassorilievi a decoro dell’architettura, un’ esplorazione che consigliamo proprio attraverso il sito www.lucianoceschia.it.

E a Ceschia renderà omaggio, dal 29 agosto al 25 ottobre, una mostra presso la sede della Fondazione de Claricini Dornpacher a Moimacco e promossa dall’Università di Udine, dove, per la curatela di William Cortes Casarubbios, verranno esposte una cinquantina di opere, tra sculture e disegni dagli anni Settanta fino al 1990, occasione dunque per ripercorrere il suo intenso percorso artistico.

Ripensando all’avvio della sua ricerca, un punto fermo resta quella sua urgenza di modellare una materia viva come la creta, non per fermarla in morbidi profili, ma per esaltarne, in un energico e vitalistico impastare, il soffio vitale, affidando alla ceramica tematiche tratte dall’osservazione partecipe di un’umanità popolare, quotidiana e contadina, plasmando volti, animali, con un realismo che si carica di emozione espressionista.

Prende forma così il suo immaginario poetico che scava in una sempre più interiore evocazione fantastica, un tratto che vedremo riemergere a più riprese nella sua opera, sollecitato però da una sempre vigile e reattiva partecipazione alla contemporaneità, a temi sociali, come nei disegni ispirati alla resistenza.

Ma il dialogo intrapreso da Ceschia con la materia, una volta liberatosi dagli schemi del neorealismo, porta ad allargare il proprio orizzonte a favore delle potenzialità di nuovi linguaggi ed esperienze, grazie anche alla presenza sulla stessa scena udinese di metà Novecento di artisti come i tre Basaldella.

Sarà soprattutto fruttuoso il dialogo con Dino, oltre che con Mirko, da cui Ceschia potrà trarre spunti intorno all’esplorazione di forme arcaiche e totemiche, condividendo la vocazione sperimentale verso i più vari materiali. Ceschia coglie quanto del mobilissimo panorama contemporaneo risponde più direttamente al suo estro manipolatorio e lo trova nelle istanze dell’informale, portando alle estreme conseguenze la disgregazione della forma.

A ispirarlo è l’ansia di fronte al pericolo dell’atomica in un crescendo che dalla ceramica approderà anche, con la fusione connettiva di lacerti e rifiuti materici, a una vera poetica della lacerazione conseguente all’investigazione sulla materia, portandolo alla ribalta internazionale con la Grande porta di Hiroshima premiata alla Biennale veneziana del 1962. Ceschia affida poi alle risonanze del metallo i suoi Gong di Hiroshima, dischi in ghisa fusa, slabbrati, corrosi e come esplosi, simbolici di un profondo dissidio tra natura e l’uomo che la minaccia.

A quest’epoca Ceschia era già stato coinvolto, anche come diretto collaboratore, dalla poetica architettonica di Marcello D’Olivo che lo spinge verso una nuova geometria costruttiva di dimensione monumentale: a suggellare il ritmo curvilinea di Villa Spezzotti, nel verde di Lignano Pineta, è una grande girasole in ceramica colorata di Ceschia, uno dei fiori giganti che dominano la pittura di D’Olivo, mentre le sue planimetrie circolari, quali il Monumento al Milite Ignoto di Bagdad, si confrontano con i Dischi solari e gli Scudi di Ceschia, realizzati in ghisa, rame, bronzo, acciaio, esattamente identici agli scudi impugnati dai guerrieri e cavalieri blu dipinti da D’Olivo nei suoi paesaggi primordiali.

E parlando dell’energia racchiusa in una forma come il cerchio, non possiamo non pensare alla sua originale produzione medaglistica, a quel microcosmo spezzato che si accompagna ai nomi dei paesi distrutti concepito per la medaglia sul terremoto del Friuli promossa dalla Regione Friuli Venezia Giulia.

Ma l’universo di Ceschia si presta a infinite esplorazioni, e molte passano attraverso il suo felice, fluido disegnare e reinventare la forma del mondo e della natura, ancora una volta scavando nel proprio ancestrale bagaglio di simboli, relativi a quel cosmo che per Ceschia coincide con la terra natale.

Un'altra occasione, in settembre, la offrono Copetti Antiquari nel loro spazio udinese e nel Parco sculture a Leproso di Premariacco, dove figurano anche i suoi Totem facenti parte della collezione di opere all’aperto: qui, in una sera di fine estate, tra i carpini che si intrecciano nel cuore del roccolo che domina la braida, verranno appesi 26 disegni di uccelli, tutti friulanissimi, alcuni da passo, generati da un segno veloce e compendiario, mettendo in scena un’ antica tradizione che segna il paesaggio del Friuli collinare come quella dell’uccellare: E questo uno dei mondi che Ceschia, alla luce della sua visione animistica, trasfigura e restituisce al loro ruolo di medium, rileggendoli come animali locomotori per benandanti.

Personalità centrale del nostro secondo Novecento più aperto e dialogante con le correnti e le esperienze internazionali, ecco che Ceschia si fa anche cantore di un immaginario poetico che trae linfa e radici profonde dalla sua terra natale, da quel giardino dei ciliegi da lui reinventato sulla collina di Coja, mettendo bene mette in pratica il suggerimento “Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio”, e quello che non finisce di stupire della sua arte è quel suo scavo profondo, mai di superficie, per dare forma all’anima, alla fiaba, ai mostri, del genius loci friulano.

 

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