Giuseppe Verdi, il Friuli nel cuore

Oltre un centinaio le lettere scambiate con il poeta e patriota Antonio Somma. Altrettanto stretti sono i rapporti con il critico udinese Alberto Mazzucato

Alessio Screm
Giuseppe Verdi
Giuseppe Verdi

Il Cantore d’Italia, il Cigno, il Vate, il Maestro di Busseto. Giuseppe Verdi, ai centoventicinque anni dalla morte, non smette e mai smetterà di ricoprire il ruolo di prim’ordine nel panorama nazionale e internazionale della musica. Compositore d’opera il più eseguito al mondo, a lui sono titolati in Italia almeno trenta teatri, di cui cinque nella nostra regione: a Trieste, Pordenone, Muggia, Gorizia e Maniago. Cinque i conservatori nazionali e gli istituti musicali superiori che portano il suo nome, tra cui quello di Milano che all’esame di ammissione nel 1832 lo giudicò «inetto alla musica». Quasi non si contano le corali, le orchestre, le bande, le scuole, gli enti musicali.

Da un censimento non esaustivo da noi ce ne sono almeno una decina, senza considerare le vie e le piazze titolate a Papà Verdi, il padre che del “Viva Verdi” si è fatto emblema, deputato al primo parlamento nazionale e senatore dal 1874. Viene da chiedersi: cos’altro lo lega al Friuli? La risposta è “parecchio”, più di quanto si possa pensare.

Il primo nome che viene in mente è Antonio Somma, drammaturgo e poeta, patriota e avvocato udinese. Il loro carteggio comprende 101 lettere, scritte dal 1853 al 1858, i primi contatti risalgono al 1847 e l’ultimo al 1863. Lavorano insieme a partire da un sogno mai realizzato, il “Re Lear”, e il banco di prova concreto è nel “Gustavo III” che, dopo il braccio di ferro con la censura, diventa “Un ballo in maschera”. Non facile il loro rapporto, soprattutto per differenti visioni di forma, stile e sostanza, tanto che alla fine di un travagliato processo creativo, fatto di revisioni, tagli e ripensamenti, Somma accetta persino di firmarsi con uno pseudonimo anagrammato: “Tommaso Anoni”. Per fortuna la storia ha voluto poi tributare il giusto valore al librettista friulano, coautore di un capolavoro.

Altrettanto stretti sono i rapporti di Verdi con Alberto Mazzucato. Anch’egli udinese, compositore e critico musicale, direttore del Conservatorio di Milano, giornalista per la Gazzetta Musicale della stessa città, cofondatore della Società di Santa Cecilia, maestro concertatore del Teatro alla Scala, fu lui a dirigere la prima milanese del “Don Carlo” nel 1868. I giudizi di Verdi, giovane e focoso, sulle opere del musicista friulano non furono lusinghieri, già a partire dal 1841, quando commentò “I due sergenti” come un «parto di mente traviata», un «delirio». Ma con l’andar del tempo la situazione si distese, proprio a partire dalla direzione scaligera.

Piena di affetto, stima e ammirazione l’amicizia con Vincenzo Luccardi, lo scultore di Gemona con cui il compositore intrattenne una fitta corrispondenza di ben 234 lettere scritte tra il 1844 ed il 1876, anno della morte del gemonese. «Carissimo Luccardi, ho sempre seguito le vostre tracce e vi ricordo con vera amicizia», è una delle tante testimonianze della loro confidenza.

Poi ci sono le voci, quelle che hanno fatto vivere le sue note. Di Pordenone è Pietro Cesari, grande basso comico. Nel 1892, in un copialettere, Verdi ne chiede notizie: «Cosa n’è di Cesari? Da quanto so non verrà quest’anno alla Scala». Alla generazione successiva appartiene Emma Zilli di Fagagna, passata alla storia come prima Alice Ford nel “Falstaff”. In una lettera legata alla preparazione dell’opera, Verdi mette l’accento sulla centralità del suo ruolo e fa intendere che la friulana è il motore dell’azione.

Di Fiumicello è Domenico Giovanni Battista “Menotti” Delfino, baritono carismatico notato da Verdi che gli invia lo spartito del “Simon Boccanegra” perché sia lui il primo interprete in Argentina. Nell’orbita verdiana troviamo anche Romilda Pantaleoni, soprano di Udine chiamata a misurarsi con la Desdemona di “Otello”. In una lettera ad Arrigo Boito del 1886, Verdi annota: «Sa benissimo tutta la sua parte». Ma il rapporto fra Verdi e il Friuli è anche nelle sue opere che circolano mentre è ancora in vita: a Udine, “Attila” è in scena nel 1846 al Teatro della Società, “Rigoletto” alla fiera di San Lorenzo nel 1856, “La traviata” l’anno successivo, e a Gorizia, nel 1899, il teatro cittadino riapre con “Aida”, poco prima che Verdi esali l’ultimo respiro. Ma il canto del cigno non conosce tramonto, nemmeno in Friuli. —

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