L’Amleto² di Filippo Timi: «Con questo personaggio raccontiamo l’oggi»
Al Palamostre una travolgente riedizione dello spettacolo: «La storia diventa la scusa per raccontare anche il teatro»

“To be or not to be. That is the question”: la frase più famosa della storia della drammaturgia, incastonata come un diamante nel soliloquio tratto dall’Amleto di Shakespeare è il cuore di Amleto² una nuova, travolgente riedizione di uno spettacolo diventato un cult, in scena oggi alle 20.30 e domani alle 17, al Teatro Palamostre di Udine, nella stagione di Teatro Contatto del Css.
In palcoscenico l’attore, autore e regista Filippo Timi che si confronta nuovamente con il Bardo, in una rilettura radicale, personalissima e irriducibile a ogni canone. «La nuova versione è ancora più amletica – anticipa Filippo Timi – ho riscritto alcune scene perché non c’è più un’attrice, Lucia Mascino, distribuendole a noi agli attori che siamo in scena. Prima Lucia faceva un monologo che portava “fuori” dall’Amleto, adesso si resta ancora di più dentro la tragedia. Rimane l’impostazione: un Amleto che racconta sé stesso, all’ennesima potenza mettendo insieme tante epoche: C’è una Marilyn Monroe che per me è un Amleto. Poi però ci troviamo alla corte dell’Amleto classico, del 1600, con nel mezzo sono contaminazioni contemporanee, di tutte le epoche ».
Filippo Timi usa dunque il testo shakespeariano come un canovaccio aperto, da attraversare e smontare, trasformandolo in un cabaret esistenziale dove ogni parola e ogni gesto diventano gioco, confessione, provocazione intelligente. La tragedia si ribalta in commedia, la follia diventa chiave di lettura del presente, chi meglio della Monroe per rappresentare colui o colei che si trova nella vita a scegliere se vivere soffrendo (essere) oppure ribellarsi morendo (non essere). «Nella storia di questo Amleto, sarà Marylin a fare delle incursioni, diventando il fantasma del padre, costringendo il pubblico davvero a credere a qualcosa di incredibile. Seguo la tesi di Stanislavskij. Sosteneva che Amleto è il primo ruolo che prende coscienza di essere un ruolo, come in una specie di Truman Show: ti svegli un giorno e capisci che la vita che credevi reale è una rappresentazione. Tua madre è un’attrice, così la tua fidanzata. Per tutto lo spettacolo Amleto cerca di far risvegliare Ofelia, sembra dirle “guarda che è una recita, tu sei un’attrice”. In questo modo la storia diventa la scusa per raccontare anche il teatro, che cosa è rappresentazione. Tutti temi che sono davvero dentro all’Amleto».
Un teatro che si espone allo sguardo del pubblico senza protezioni, tra eccesso, ironia e struggimento e un principe stanco. Attorno a lui si muove una galleria di figure scaturite dalla sua mente instabile, personaggi che convivono nella stessa gabbia da circo, luogo simbolico e reale in cui si consuma un elogio della follia come unica possibilità di verità. È qui che la tragedia, pur travestita da commedia, rivela il suo brivido più autentico, oscillando costantemente tra potere e oblio, frivolezza e disperazione.
Procedendo per accumulo di materiali, registri e citazioni, Filippo Timi attraversa diversi generi musicali, il cinema, il trash televisivo, la filosofia.
«Immaginate che volendo fare Amleto² ho attinto a qualsiasi riferimento. Una volta che capisci cosa vuoi fare sulla scena il come è pura invenzione. Invece di proporre la storia di un Amleto in calzamaglia, lontano da qualsiasi reale, visto che per essere storici è necessario essere contemporanei, attraverso la scusa di questo Amleto raccontiamo il nostro tempo. Chiunque si pone la domanda “ma la vita che vivo davvero mi rispecchia oppure è un copione scritto da qualcun altro?” diventa Amleto. Amleto è la domanda della vita dalla risposta impossibile».
Accanto a Timi, le attrici Marina Rocco ed Elena Lietti, storiche sodali artistiche, che incarnano figure multiple e cangianti: Rocco attraversa il mito di Marilyn Monroe e l’ombra incestuosa del padre, mentre Lietti è un’Ofelia respinta e straniata, accompagnata da una colonna sonora inattesa. Con loro, gli attori Gabriele Brunelli e Mattia Chiarelli completano un universo scenico popolato da presenze ambigue, ironiche e perturbanti, che si moltiplicano e si contraddicono, come frammenti di una coscienza in frantumi.
Un Amleto straripante in contenuti, forma e ironia, che continua a interrogare il presente attraverso il classico, senza mai smettere di metterlo in crisi.
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