«Il cinema muto ci aiuta a capire il presente»: Jay Weissberg svela la 45ª edizione delle Giornate di Pordenone

Quasi 250 titoli dal 3 al 10 ottobre al Teatro Verdi. Tra le chicche "Don Q Son of Zorro", il western di John Ford e la retrospettiva sulla Germania di Weimar

Grandi classici restaurati, riscoperte straordinarie, con anteprime mondiali e rarità sorprendenti dagli archivi di tutto il mondo. Sono gli ingredienti, ben amalgamati tra loro, delle Giornate del Cinema muto, che quest’anno taglieranno il traguardo della 45ª edizione con quasi 250 titoli.

Ospitate dal 3 al 10 ottobre al teatro Verdi di Pordenone, avranno, come da tradizione, un’anteprima, il 2 ottobre, allo Zancanaro di Sacile. Tra le primissime anticipazioni spicca la pellicola d’apertura del festival, il Don Q Son of Zorro (Don X, il figlio di Zorro), diretto da Donald Crisp e interpretato da Douglas Fairbanks. Quando uscì, nel 1925, la rivista La settima arte lo esaltò come il capolavoro di Fairbanks e, ora, arriva fresco di restauro dal Danske Filminstitut di Copenaghen e sarà accompagnato dalla nuova partitura del compositore sloveno Andrej Goričar, presenza stabile alle Giornate, che dirigerà la Rtv Slovenia Symphony Orchestra.

Alla direzione delle Giornate da undici anni c’è Jay Weissberg. Al giorno d’oggi che rilevanza ha il cinema muto?

«C’è una sorta di pregiudizio sul cinema “antico”, ma in realtà è fondamentale vedere i film dell’epoca del muto perché ci aiuta a capire meglio quelli di oggi. C’è un legame tra passato e presene. Un film muto dà una idea di movimento, il ritmo della pellicola, molto più essenziale che in un film sonoro. Per esempio, nell’Odissea di Nolan, che ho visto, non sarà possibile ricordare un movimento della macchina da presa come in tanti film del periodo del muto, dove ogni movimento ha un ragionamento e dà una idea del carattere, del tema, dell’espressione. Guardare un film dell’epoca del muto ci aiuta a rendere il cinema di oggi più comprensibile».

Non mancheranno i grandi classici, come The Iron Horse (Cavallo d’acciaio) di John Ford, del 1924, con cui si chiuderanno le Giornate il 10 ottobre...

«È uno dei western più importanti della storia del cinema. Cavallo d’acciaio è un esempio della forza del paesaggio western e del mito dell’America. Al centro del film, che consacrò definitivamente il regista, allora trentenne, ed elevò al rango di star l’attore protagonista George O’Brien, l’epica impresa della costruzione della prima linea ferroviaria transcontinentale americana, da Omaha, nel Nebraska, a Sacramento, in California, realizzata tra il 1863 e il 1869 e che di fatto sostituì la vecchia pista carovaniera. Un bellissimo film, con una forza strepitosa, presentato nella copia in pellicola 35mm della Photoplay di Londra con la magnifica partitura di John Lanchbery eseguita dall’Orchestra da Camera di Pordenone diretta dal Maestro Ben Palmer».

Ogni film avrà il suo accompagnamento musicale dal vivo?

«Sempre, dalle 9 alla mezzanotte. I film avranno come colonna sonora il pianoforte, ma anche un duo, un trio o un quartetto di strumenti. La serata di apertura e quella di chiusura, invece, prevedono una partitura orchestrale».

La retrospettiva principale, che proseguirà anche nel 2027, “Weimar senza censure: Tabù e trasgressioni nel cinema tedesco del 1919-1920”, perché è così importante?

«Con questa retrospettiva, curata dagli studiosi Tony Kaes e Michael Cowan, si riportano alla luce film caduti nell’oblio ma utili a capire la situazione della Germania e di Berlino in quell’epoca, alla fine della prima guerra mondiale, dove già stava mettendo radici il Nazismo. In quel periodo, quando non c’era ancora la censura, si assiste alla produzione di una valanga di film audaci con temi sessuali, come la prostituzione, o legati tossicodipendenza. Ma nell’estate del 1919 sui quotidiani tedeschi di ogni orientamento politico fu pubblicato l’articolo “Der sexuelle film”, in cui si elencavano appunto i titoli più scabrosi criticandone l’effetto sulla morale pubblica. Molti di questi film, realizzati da case di produzione minori, sono stati dimenticati, ma rappresentano un’importante testimonianza di un periodo tumultuoso della Germania, allo scontro tra la permissività sfrenata – si pensi a Cabaret e alla vita notturna berlinese degli anni ’20 – e le crescenti forze repressive. Il film che meglio rappresenta questa situazione è Heddas Rache (1919) di Jaap Speyer, noto anche come “Die Tochter der Prostituierten” (La figlia della prostituta), che dell’elenco pubblicato nell’articolo sembra essere l’unico sopravvissuto. La rassegna include anche Pest in Florenz (1919) di Otto Rippert, scritto da Fritz Lang, in cui la Firenze rinascimentale è stata meticolosamente ricostruita in uno studio tedesco per fare da sfondo a una storia decadente in cui la lussuria diventa il catalizzatore della peste nera».

Prosegue l’omaggio alla diva Italia Almirante Manzini, che fu una diva amatissima. Ci saranno nuove rivelazioni?

«È in programma la seconda parte della retrospettiva dedicata alla diva Italia Almirante Manzini (la prima parte è dello scorso anno) – molto famosa all’epoca e amata anche all’estero e ora quasi dimenticata –, e promette nuove rivelazioni. Uno dei titoli più importanti che proponiamo quest’anno è L’arzigogolo (1924) di Mario Almirante, dramma di ambientazione rinascimentale ampiamente celebrato dalla stampa dell’epoca e ispirato a un’opera teatrale di Benelli. Una copia in bianco e nero dell’opera, importante e bellissima, era stata rintracciata nella cineteca di San Paolo, in Brasile e la Cineteca del Friuli ha poi individuato in un fondo di pellicole da poco acquisito una bellissima, ancorché incompleta, copia nitrato. A seguito della scoperta, il Museo Nazionale del Cinema di Torino e la Cineteca del Friuli, in collaborazione con la Cinemateca Brasileira di San Paolo, hanno avviato il restauro del film, che sarà presentato in prima mondiale alle Giornate».

Cosa si deve aspettare il pubblico nella 45ª edizione?

«Sarà possibile, come sempre, vedere tutto, dai grandi classici agli home movies e alle commedie. Non solo cortometraggi e lungometraggi, ma anche giornali, per una prospettiva sulla grandezza e sulla bellezza del cinema di quell’epoca. Questo ci aiuterà a capire che il nostro passato, in realtà, non è poi così lontano».

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