I produttori cinematografici del Nord-Est, sognatori (e burocrati) nel cuore dei film
Un saggio di Cresto-Dina apre una riflessione sul loro ruolo strategico. Ne parlano quattro protagonisti del Nordest: «Siamo ideatori ma anche gestori»

Al centro del processo che genera film o serie tv, c’è una figura poco nota nella sua essenza, il produttore, spesso lasciato nel “fuori campo” mediatico, all’ombra di attori o registi, e considerato comunemente come colui che “mette i soldi”. Nel saggio di Carlo Cresto-Dina, appena uscito per Einaudi, È un’impresa fare un film. Il lavoro collettivo nel cinema e perché ci riguarda, emerge invece un ruolo socialmente rilevante: il produttore può diventare un punto di riferimento nell’epoca attuale, dominata da competizione e individualismo, perché sa come far nascere e alimentare l’intesa e la collaborazione tra professioni e sensibilità diverse, mantenendo l’unità d’intenti per un fine comune.
A Nordest troviamo esperienze significative, come quelle di Francesca Cima, Nadia Trevisan, Nicola Fedrigoni e Marco Caberlotto, produttrici e produttori che arricchiscono l’ecosistema cinematografico, ciascuno con la propria visione e la propria missione.
FAR ESPLODERE IL TALENTO
«Il produttore è l’anima di tutto il progetto di un film, il collettore di tanti mestieri, dallo sceneggiatore, al regista, al montatore, alle maestranze, conosce l’intero processo, dal soggetto all’uscita in sala, è capace di tenere insieme l’aspetto creativo e quello finanziario. E lo fa in squadra, infatti si dice “casa” di produzione». È il pensiero di Francesca Cima, originaria di Sacile, cofondatrice di Indigo film, che ha prodotto, tra i vari successi, il premio Oscar La grande bellezza di Sorrentino, e recentemente Primavera del veneziano Damiano Michieletto.
Questa storia racconta come il Pio Ospedale della Pietà di Venezia nel Settecento, gestito in modo imprenditoriale», spiega Cima, «abbia consentito a un genio come Vivaldi di esprimersi, ma non da solo, anzi, proprio grazie all’apporto delle orfane musiciste, senza le quali non avrebbe dato vita alle sue straordinarie variazioni di violino. Il film può essere letto infatti come una metafora del contesto produttivo, che ha l’obiettivo di creare i presupposti per far esplodere il talento. Venezia stessa è nata da un’ambizione al contempo economica e artistica, da capitale del commercio mondiale ha capito che doveva dotarsi di un apparato estetico e culturale molto alto».
LA PERSONA AL CENTRO
«In questi ultimi anni sto cercando dare valore alle persone e alle loro potenzialità anziché al risultato», dice Nadia Trevisan co-titolare con Alberto Fasulo di Nefertiti a San Vito al Tagliamento. «Fare la produttrice significa creare le condizioni perché un film possa esistere davvero: accompagnare un’idea e aiutarla a trovare una sua forma compiuta, un tempo, una squadra, una sostenibilità. È un lavoro di ascolto, di visione e di responsabilità per prendersi cura di un’opera collettiva e fare in modo che tutti possano dare il meglio all’interno del progetto».
Trevisan ha scoperto nuovi autori come il trevigiano Francesco Montagner, vincitore del festival di Locarno “Cineasti del presente” nel 2021 con Brotherhood, e la triestina Laura Samani, di cui ha prodotto anche il suo nuovo film Un anno di scuola, presentato a Venezia e attualmente in sala, riconoscendo in loro uno sguardo preciso sul mondo, sensibilità, rigore e coraggio. «In Un anno di scuola la sfida più interessante è stata restituire la forza emotiva di un’età di passaggio», svela Trevisan, «il momento in cui tutto sembra ancora possibile e insieme già destinato a cambiare. È un film che parla di formazione, desiderio, amicizia, inquietudine: temi che possono toccare molti spettatori».
IL VALORE DI ASSOCIARSI
Nicola Fedrigoni, fondatore della casa di produzione K+ di Verona, si ritiene invece un imprenditore dell’industria cinematografica, che guarda al sistema nazionale e internazionale per cogliere nuove opportunità. «Le propensioni di ciascun produttore sono diverse», precisa Fedrigoni.
«C’è chi è più un talent agent di autori, chi è più portato per la supervisione creativa e chi per la gestione dei finanziamenti. Credo quindi che per essere competitivi sul mercato odierno, sia importante associarsi tra produttori, facendo una foresta, invece di restare singoli alberi».
Con il film Finché c’è prosecco c’è speranza (2017) del trevigiano Antonio Padovan, tratto dall’omonimo romanzo di Fulvio Ervas, Fedrigoni ha inaugurato una linea produttiva di fiction orientata all’intrattenimento di qualità, per la direzione di Valentina Zanella, regista di Non è la fine del mondo, ultimo lavoro targato K+, appena uscito al cinema.
«Vogliamo portare al pubblico temi forti con leggerezza», chiude Fedrigoni, «dall’inquinamento del territorio attraverso un giallo, come nell’opera di Padovan, all’eutanasia con la commedia Acqua e anice di Corrado Ceron, al precariato giovanile nella storia romantica girata da Zanella, scegliendo sempre il Veneto come location privilegiata per le riprese».
NON SIAMO BUROCRATI
Di rischi e sfide parla invece il veneziano Marco Caberlotto, presidente della CNA – Cinema e audiovisivo del Veneto, e socio di Kublai film, fondata da Lucio Scarpa e specializzata nella produzione di documentari d’autore premiati e distribuiti in tutto il mondo.
«L’articolato e mutevole processo per ottenere e rendicontare i finanziamenti pubblici, che costituiscono una grossa fetta del budget per fare un film», sostiene Caberlotto, «ci costringe a diventare burocrati, togliendo gran parte del tempo che dovremmo dedicare a sviluppare idee e ad accompagnare gli autori. Il nostro ultimo documentario, Orcolat sul terremoto del 1976 in Friuli, ancora nelle sale, è scaturito proprio da un progetto mio e di Scarpa, poi affidato al regista di Codroipo Federico Savonitto perché realizzasse un’opera originale, rispettosa della storia e appetibile per ogni tipo di pubblico. In Italia c’è ancora l’idea che il documentario sia un prodotto noioso, ma con Orcolat, di cui stiamo per distribuire una versione in lingua friulana, dimostriamo che non è così. Oggi più che mai, l’essere umano, in un tempo di conflitti e paure, ha bisogno di sentirsi raccontare delle storie, e valorizzare la figura del produttore significa andare incontro a questa sua vitale necessità».
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