Ci fu un'illusione collettiva: guerra breve e vittoriosa

All’inizio furono le campane di un paese della Carnia. Non si è mai saputo quale fosse questo paese dal quale nella notte del 23 maggio 1915 partí il suono che diffondendosi per le valli sollecitava altre campane a unirsi a lui.
Assai presto fu come un fiume impetuoso che passando da un paese all’altro aumentava d’intensità. Per la buona gente che lo udiva quel suono recava l’annuncio di prodigiosi avvenimenti. Era il suono stesso un prodigio: le campane suonavano senza che nessuna mano le azionasse. Segno inequivocabile,questo, che straordinari avvenimenti erano imminenti. Il giorno di poi l’Italia entrava in guerra.
Quello delle campane della Carnia fu il primo prodigio, ma non l’ultimo, dei tanti che accompagnarono i lunghi anni della guerra. Ovunque si combattesse, ma anche in luoghi lontani dal conflitto - come dimenticare le apparizioni di Fatima? - negli anni del lungo conflitto fu tutto un apparire di fenomeni che avevano del miracoloso, dell’inspiegabile, del prodigioso: immagini che piangevano , statue che sfuggivano alle artiglierie, e poi tante apparizioni.
Una di queste apparizioni, nello stesso anno di Fatima, il 1917, è ricordata nel Diario del parroco di Moruzzo che, una mattina, sul finire del settembre, ascoltò il racconto di un povero profugo avvicinatosi alla chiesa per chiedere l’elemosina. Tra i due si svolse questo colloquio: «Signor arciprete ho una bella notizia da darle. I tedeschi partiranno in breve».
«Come lo sapete?». «Venivo dalla questua da Pagnacco e lungo la strada vidi un vezzoso bambinello che si trastullava nell’erba, mi fermo a guardarlo e lui: “Buon vecchio state contento che tra poco tornerete nei vostri bei paesi. Lo straniero in quel giorno che è entrato, in quello stesso giorno uscirà”. Detto ciò il bambino sparí».
E se dobbiamo credere ai racconti dei parroci friulani, in questo caso meritevoli di essere creduti, altre scene di quel genere si verificarono nei giorni piú bui della guerra. E la buona gente da quelle notizie, che si diffondevano in un baleno per tutta la regione, traeva il necessario viatico per resistere e per continuare a sperare.
Cosí fecero le campane della Carnia che inaugurarono il tempo della guerra. Chi le udí - e soprattutto chi immaginò di sentirle - interpretò il loro suono come la promessa di fausti eventi - una guerra breve e vittoriosa - e con quella condizione di spirito fiducioso salutò l’inizio del conflitto. Fu una tremenda illusione che rese ancora drammatico il risveglio .
Eppure da mesi i campi d’Europa si erano ricoperti di morti, le città erano state sventrate, le popolazioni trascinate nel macello. Forse era proprio perché conosceva queste scene e temeva di diventarne la prossima vittima la buona gente quella notte “volle” sentire le campane che suonavano da sole, cercandovi il conforto che la rincuorasse e la fortificasse. Di un viatico, mandato dal cielo, aveva un gran bisogno perché si sentiva in mezzo a terribili sconvolgimenti il cui senso le sfuggiva. Tutto era avvenuto cosí in fretta. A guardare bene neppure un anno era passato dalla domenica di fine giugno funestata dall’attentato di Sarajevo.
Da quella domenica il tempo aveva preso a svolgersi sempre piú accelerato, gli avvenimenti grandi si inseguivano in un vortice senza fine. Che il Friuli, per la sua posizione geopolitica e per la sua collocazione strategica, dovesse diventare teatro del conflitto nessuno lo metteva in discussione. Adesso che la guerra era dichiarata, quella minaccia rischiava di materializzarsi e i timori si trasformavano in terrore. In paure contagiose: l’invasione, il ritorno degli austriaci, l’arrivo dei tedeschi, i paesi e le campagne a ferro e fuoco, le case violate, miseria, fame, dolore.
Ma se, senza che nessuna mano le muovesse, le campane della Carnia quella notte avevano preso a suonare, significava che quel terrore, quei timori, quelle paure che si leggevano sul volto di cittadini e di contadini, di poveri e ricchi, di uomini e donne erano infondati. Non altrimenti il Cielo avrebbe inviato un suo segno tranquillizzante, confortante, rassicurante: la guerra era ormai un fatto inevitabile, ma del suo andamento, del suo esito, dei suoi risultati non si doveva sperare.
Le campane che suonavano garantivano della sua appartenenza al ciclo degli eventi propizi: un carico di dolore riscattato da un premio che avrebbe ripagato con tanto di interessi i sacrifici sopportati. Un grumo di pensieri che poteva ben essere espresso dalla formula “guerra breve e vittoriosa” che in quei giorni di fine maggio, quando si cominciava a sparare, passava di bocca in bocca, scendeva dall’alto al basso: dalle gerarchie politiche e militari che avevano voluto l’ingresso in guerra arrivava fino a coinvolgere la tanta povera gente che quella guerra l’aveva subita.
Con la sicumera - una terribile illusione - della “guerra breve e vittoriosa” l’Italia entrò nel conflitto. Si spiegano anche cosí le scene di entusiasmo che accompagnarono i soldati alle stazioni dei treni: suono di fanfare, sventolio di bandiere, le donne che lanciavano fiori.
E canti che spronarono i desiderosi di cimenti supremi. Per almeno una settimana poté sembrare una grande festa e Udine non si fece scappare l’occasione di partecipare a questa frenesia collettiva di uomini e donne che Giuseppe Del Bianco, il primo storico del Friuli in guerra, definí «entusiastica baldanza».
Andò avanti cosí per qualche giorno: la gente nel pomeriggio usciva di casa, dagli uffici, lasciava le occupazioni e si riversava nel centro cittadino e si riuniva intorno ai palazzi istituzionali dai quali venivano le notizie che aggiornavano sull’andamento dei combattimenti: le nostre truppe, animate da «indomito slancio» passavano di vittoria in vittoria e ogni bollettino aggiungeva altri nomi al già fitto elenco dei paesi e dei villaggi che erano stati strapparti al nemico.
Già alla sera del 24 maggio nella Bassa friulana Ajello, Viscone, Chiopris, Nogarddo, San Vito al Torem, Crauglio, Muscoli, Terzo , Strassoldo, Visco, Joannis erano italiani. Il nostro esercito si era spinto fino a Cervignano e avrebbe potuto procedere molto piú a fondo in direzione di Gorizia se non l’avesse trattenuto una prudenza, giudicata poi eccessiva, dei comandanti, ignari della scarsa consistenza del nemico. Nello stesso giorno veniva liberata Cormòns, cittadina che era stata abbandonata dagli austriaci.
Stando ai bollettini, ovunque entravano i nostri soldati ricevano calorose accoglienze da parte delle popolazioni, che li salutavano come provvidi liberatori .
Non avvenne così , ma di questo i bollettini tacquero ,a Villesse dove il 29 maggio sotto l'accusa -infondata- di collusione con il nemico nella piazza principale furono fucilati 6 uomini : il segretario comunale Giulio Portelli e suo figlio Severino, Giuseppe Cappello, Daniele Montanari, Antonio Marega e Francesco Zampa. Nomi che meritano di essere ricordati : vittime dell'ottusità della guerra , del pregiudizio e dell'ignoranza castale con la quale le gerarchie militari trattavano la gente friulana.
Dalla notte del miracolo delle campane non era passata neppure una settimana : l'incanto era svanito: non più avanzate, non più bandiere al vento, ma tanto , tanto sangue, nelle fangose trincee, nel roccioso Carso, di fronte al cristallino Isonzo. Morte e distruzione . Per settimane, per mesi , per anni . Fino a quando , ormai senza speranza nella fine di quel massacro, un fanciullo non apparve ad un povero profugo sulla strada di Pagnacco un fanciullo che gli annunciò la lieta novella : la guerra sta per finire ! Annuncio che gli uomini tutti attendevano.
(*docente di Storia all’ateneo di Udine)
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