«L’assassinio di Pasolini fu una messinscena»: il ricordo e i dubbi di Fabien Gérard
Lo storico braccio destro di Bertolucci svela i retroscena sul legame tra i due grandi del cinema italiano alla vigilia dell’incontro a Udine: il programma completo del convegno “Pasolini e il Novecento”

Pasolini abitava a Roma nello stesso palazzo dei Bertolucci: Attilio, Bernardo e Giuseppe stavano al quinto piano e Pier Paolo, con la madre, al primo. Il primogenito del poeta Attilio scendeva spesso a portare i suoi versi al maestro, sperando in una lode. Sul finire degli anni Cinquanta Bernardo, giovanissimo, era già affascinato da quell’uomo che di lì a poco avrebbe girato “Accattone”.
Molti anni dopo, lungo il filo di quella lezione, arriva Fabien Gérard, che sarà a lungo collaboratore di Bertolucci, da “L’ultimo imperatore” fino a “Io e te” del 2012, cogliendo il senso profondo dell’eredità pasoliniana. Proprio a questo rapporto dedicherà il suo intervento al convegno “Pasolini e il Novecento”, organizzato dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa: l’appuntamento è venerdì 6, alle 14.30, all’Università di Udine.
Gérard, Pasolini entrò nella sua vita ancor prima di Bernardo Bertolucci. Come accadde?
«Nel 1964: avevo otto anni ed ero ricoverato in un ospedale parigino. Una sera mio padre andò al cinema e tornò sconvolto. Aveva visto “Il Vangelo secondo Matteo”. Non è mai stato credente, ma quel film lo turbò profondamente. Anche mia madre, atea convinta, volle vederlo e ne rimase impressionata. Da allora Pasolini entrò nella nostra famiglia».
Quando arrivò la sua folgorazione?
«Con “Il Decameron”, a quindici anni. Il film era vietato ai minori di diciotto e papà distrasse la cassiera mentre io entravo discretamente con mia madre. Fu un’esperienza assoluta. Avevo sempre amato l’antichità, Pompei, le civiltà scomparse. Guardando quelle immagini mi sembrava addirittura di sentire gli odori del passato. Era tutto incredibilmente vero. Pasolini riusciva a restituire vita a un mondo perduto».
Quella passione diventò anche materia di studio.
«Certo, studiai archeologia e storia dell’arte, dedicando la mia tesi al mito della barbarie in Pasolini, alla sua attrazione per il mondo arcaico, contadino, preindustriale. Leggevo le poesie, i romanzi e gli articoli che sarebbero confluiti negli “Scritti corsari”. La tesi venne pubblicata e diventò il mio biglietto da visita. Grazie a quel lavoro arrivai a Bertolucci».
Per Bernardo, invece, Pier Paolo era quasi uno di famiglia.
«Letteralmente. Attilio Bertolucci lo aveva accolto nel suo ambiente e aveva contribuito alla pubblicazione di “Ragazzi di vita”. Abitavano nello stesso palazzo a Monteverde Vecchio, a Roma. Si incontravano continuamente. Bernardo era adolescente e guardava con enorme ammirazione quell’uomo che stava diventando famoso. Quando Pasolini decise di girare “Accattone”, gli propose di diventare suo assistente. Bernardo rispose che non aveva mai fatto un film. E lui replicò: “Neanch’io!”».
Eppure il cinema di Bertolucci avrebbe preso una direzione molto diversa.
«È questo il punto fondamentale. Pasolini aveva uno sguardo frontale, quasi primitivo, sulla realtà. Bernardo era molto più cinefilo. Quando girò “La commare secca”, da un soggetto pasoliniano, non voleva realizzare un secondo “Accattone”. Fin dal primo giorno decise di usare la macchina da presa in modo completamente personale: non affrontare frontalmente le cose, ma girarci intorno, muoversi quasi come un serpente. Due modi opposti di guardare il mondo».
Pasolini continuò comunque ad abitare il cinema di Bertolucci?
«Certamente. Ho scoperto, attraverso un racconto che mi fece Giuseppe Bertolucci, che “Novecento” nacque anche come dialogo con gli articoli di Pier Paolo poi raccolti negli “Scritti corsari”, nei quali denunciava la mutazione antropologica, la distruzione della civiltà contadina. Bernardo affrontava quella trasformazione attraverso la storia, la politica, i conflitti sociali. Era un modo diverso di interrogare lo stesso mondo che stava scomparendo».
Si è raccontato persino di una rivalità tra i due, simboleggiata dalla celebre partita di calcio tra le troupe di “Salò” e di “Novecento”.
«È una narrazione costruita successivamente. Laura Betti aveva organizzato quella partita per farli ritrovare nel giorno del compleanno di Bernardo. Pasolini era molto competitivo e naturalmente giocava. Bernardo, invece, rimase a bordo campo. Furono soprattutto i tecnici a organizzare tutto. Trasformare quella partita in uno scontro tra padre e figlio, tra maestro e allievo, mi sembra una fantasia. Io non l’ho mai interpretata così».
Arriviamo al 2 novembre 1975. Come ricorda la morte di Pasolini?
«Benissimo. Avevo diciannove anni. La notizia sconvolse me e i miei genitori. Quello stesso mese andai a Parigi per la prima di “Salò”. C’erano Bertolucci, Liliana Cavani, Laura Betti, che conobbi proprio allora e della quale sarei diventato amico. Quel film non l’ho mai più rivisto integralmente. Non ne ho mai sentito il desiderio».
Lei maturò subito dei dubbi sulla ricostruzione dell’omicidio.
«Scrissi un articolo per un settimanale di Bruxelles già nella settimana successiva all’assassinio. Mi sembrava un delitto politico, c’erano troppe incoerenze nella versione di Pelosi. Non mi convinceva affatto che avesse agito da solo. Ho sempre pensato che quella ricostruzione fosse una messinscena. Bernardo era molto più scettico sulle ipotesi di complotto. Conosceva le abitudini notturne di Pasolini, sapeva che talvolta si esponeva a incontri pericolosi. Ma per me il problema rimaneva: il racconto dell’assassinio non mi ha mai convinto».
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