Ars combinatoria, il sottile intreccio tra la matematica e la letteratura

Mario Turello unisce scrittori contemporanei e meno noti intellettuali del Rinascimento Il volume sarà presentato questo pomeriggio alle 18 alla Biblioteca Civica di Udine

Oggi, alle 18, presso la sala Corgnali della Biblioteca Civica a Udine verrà presentato il libro di Mario Turello “Ars combinatoria. Sette saggi fra tarocchi e cibernetica”. Pubblichiamo qui la recensione di Vincenzo Della Mea, professore associato presso l’Università di Udine.

Vincenzo Della Mea

Ricordo benissimo la prima volta che sono entrato in casa Turello: mi sono ritrovato in uno studio-biblioteca ingombro di libri su scaffali in doppia o terza fila, tanto da sembrare molto più piccolo di quello che probabilmente è. Mi aveva spedito da lui Pierluigi Cappello, per fargli leggere le mie poesie in quanto secondo lui erano buone, ma essendo amici, preferiva le vedesse una persona più neutrale, e che conosceva come estremamente rigorosa. Tra le poesie ce n’era una dedicata a Kurt Gödel; ed alla sua lettura ho visto accendersi una luce negli occhi di Mario. Luce che anni dopo ho rivisto quando gli ho portato le mie poesie “informatiche” pubblicate poi col titolo di “Algoritmi”.

Turello da sempre dedica parte della sua attenzione di critico (ma direi, prima di tutto, di lettore) agli strani incroci che ogni tanto si creano tra letteratura e la scienza, e in particolare matematica e informatica. Non che siano gli unici suoi interessi “anomali”: è anche un appassionato ed esperto di cabala ebraica, mnemotecniche, nonché di ciò che dà il titolo a questa suo nuovo volume di saggi, “Ars combinatoria” (La nuova Base, Udine 2019).

Per tornare alla domanda del titolo, in questo libro Turello ha combinato assieme sette saggi apparsi, tra il 1976 e il 2003, su diverse riviste culturali della Regione come I Quaderni della FACE e La Panarie.

È troppo difficile sintetizzare in qualche centinaio di parole un libro così denso. Per di più il libro include le riproduzioni delle lettere spedite da Umberto Eco e Gianni Rodari a Turello in risposta ai suoi saggi. “Ho il sospetto che il suo sia il saggio più bello che ho letto sul Pendolo (di Foucault)”, scritto da Eco, è probabilmente il complimento più alto che un saggista possa ricevere. Mentre Gianni Rodari -“come lei sa, non un accademico ma un dilettante”- lo legge “con il raro piacere di essere stato capito fino in fondo, e anche più in là”. È difficile quindi aggiungere qualcosa di più convincente.

I saggi prendono spunto da alcuni intellettuali studiati nel tempo da Turello, figure che vanno dai rinascimentali Giulio Camillo Delminio (già trattato nel suo “Anima Artificiale”, Aviani 1993) e Giovanni Fontana, ai modernissimi Italo Calvino, Umberto Eco, Primo Levi e Gianni Rodari. Ma sono solo i protagonisti principali dei saggi, perché a seguire tutti gli spunti di lettura che propone, ci si crea facilmente una biblioteca enorme come quella di Turello. In questo caso poi l’introduzione di Giuseppe Longo rappresenta un ulteriore saggio che non solo commenta l’opera di Turello ma introduce ad alcuni temi della filosofia digitale che vede il mondo come un unico immenso computer.

Non potendo sintetizzare, mi limito a seguire una traccia. La combinatoria è alla base della logica matematica, ma anche alla base di procedimenti artistici a volte evidenti, a volte meno. Ed è anche la funzione di alcune macchine, spesso solo immaginate o progettate (gli edifici mnemotecnici di Fontana e Camillo, il versificatore di Levi). L’aspetto comune è la generazione/reperimento di testi e conoscenza per mezzo della combinazione di simboli più semplici, sulla base di regole sintattiche, con mezzi meccanici o di altro tipo (per esempio, i tarocchi che Calvino ha usato per generare le varie storie riportate nel “Castello dei destini incrociati”). Il procedimento combinatorio, se applicato alla letteratura (o all’arte in generale), pare portare alla scomparsa dell’autore; fatto questo che preoccupa Primo Levi, che in un racconto aveva descritto Il versificatore - un generatore automatico di poesie -, ma che piace a Calvino l’oulipista per il primato che dà invece al lettore. Macchine come il versificatore ne sono state prodotte anche di recente, anche perché è il genere di cose che, se prescindiamo dalla qualità del risultato, si possono ormai creare facilmente al computer. Quando lo ha fatto Nanni Balestrini, mancato di recente, era però ancora molto presto: il suo Tape Mark I “girava” sull’allora (1961) potentissimo computer di una banca, a schede perforate, e produceva versi da cui poi l’autore ha selezionato le strofe più significative. È in questa selezione che rimane (o sta fin dall’inizio) l’eventuale responsabilità dell’autore, anche se, nel caso dei “Centomila miliardi di sonetti” di Queneau, pure la selezione è demandata al lettore.—

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