Albanese e Battiston, coppia "fuori schema": la commedia come antidoto all'incertezza

Il regista presenta "Lavoreremo da grandi", farsa notturna tra sguardi e silenzi. Venerdì l'incontro con il pubblico al Visionario di Udine e al Cinemazero di Pordenone

Gian Paolo Polesini

Accade tutto in una notte nel sesto film da regista di Antonio Albanese - Lavoreremo da grandi -, un’avventura che ricalca il mood by night della pellicola di John Landis con Jeff Goldblum e Michelldisney-gala-udine-teatro-nuovo-giovanni-da-udine-musical-2026e Pfeiffer. In comune, sebbene Los Angeles e il Lago d’Orta abbiano ben poco da spartire, individuiamo il piglio surreale dell’azione e i personaggi stralunati che attraversano il buio senza conoscere l’epilogo. Albanese torna a essere un uomo d’acqua dolce - è il titolo del suo debutto cinematografico del 1997 -, invita l’amico Giuseppe Battiston, udinese all’anagrafe, formando così una coppia di provinciali fuori schema che si arrabattano in mezzo a tranelli e colpi bassi sperando di portarsela fuori con meno danni possibili. Faranno loro compagnia un galeotto in libera uscita e un poveraccio tradito dal testamento della zia morta.

Lavoreremo da grandi ha debuttato nelle sale la settimana scorsa ed è al momento al terzo posto al box office. Albanese-Battiston saluteranno il pubblico del Fvg venerdì: al Visionario di Udine (alle 17 e alle 19) e al Cinemazero di Pordenone (alle 20.45).

Un ritorno alla comicità, Albanese?

«Era giunto il momento, sì. Con Cento domeniche ho voluto affrontare una pellicola di denuncia sociale, descrivendo la precarietà, la fiducia tradita dalle istituzioni e la fragilità della classe media. Col mio primo romanzo La strada giovane sono finito all’8 settembre con una storia vera di fame, freddo e paura e, a quel punto, mi sono chiesto: e adesso? Bene, pensai, adesso sento la spinta giusta per esplorare il comico, torno a casa. Forte della complicità di Beppe e di Nicola (Rignanese, ndr) con l’aggiunta di un talento qual è Niccolò Ferrero, cominciai a scrivere in un luogo carino proprio accanto alla villa che poi sarebbe diventata il palcoscenico di questa farsa, un’opera corale, fondata sulla ricerca di pause, sguardi e combinazioni. Abbiamo lavorato davvero sul filo del rasoio per valorizzare un insieme che ha richiesto precisione».

Da quanto si coglie c’è voglia di leggerezza.

«L’incertezza va contrastata e la commedia può essere un antidoto ai mali contemporanei. Mi sono affidato all’istinto e a un gruppo tecnico di gran valore: la fotografia è magnifica. Lo dico da regista, ovviamente. A una partenza timida ha risposto un weekend di grandi soddisfazioni. In questi casi il passaparola è determinante. Ho visto uscire gente contenta e sorridente dalla sala. Il miglior modo per ripagare la nostra fatica».

Se l’aspettava la carrambata a “Domenica in”? Lei e Battiston, entrambi allievi della Paolo Grassi di Milano, in collegamento con il vostro insegnante Massimo Navone.

«Se le dico che mi sono emozionato, ci crede? In televisione spesso si finge di non sapere e poi si fa la faccia sorpresa. Con Massimo portai in scena l’Anatol di Arthur Schnitzler, ed è inevitabile che in pochi secondi ripassi tutta la gioventù di quando speravi nella futura buona sorte di un mestiere difficile».

“Uomo d’acqua dolce” è il titolo del suo debutto al cinema. Lei è un tipo da lago perché è nato in provincia di Lecco. Non è stata, quindi, una location casuale?

«Lo è stata. Con il mio socio Piero Guerrera ci siamo messi sotto a lavorare con vista sul d’Orta. E scrivi che ti scrivi era inevitabile restare lì. E poi la provincia, ispiratrice del grande cinema italiano, favorisce la persistenza delle storie nella comunità, che rimbalzano per mesi sui muri delle case, a differenza della città dove facilmente ci si perde».

Posso lanciarle un altro riferimento che ho percepito guardando il film? Il padovano “La lingua del santo” di Mazzacurati. Non so, sbaglio?

«Oh ecco, la ringrazio. Carlo è sempre nel mio cuore, mi ha insegnato l’onestà del racconto di provincia, a proposito. Anche io e Bentivoglio eravamo due scappati di casa, come lo siamo io e Battiston in questa pellicola qui. Provo tenerezza per i personaggi senza obiettivi raggiunti: non sono perdenti, non credo, però è gente serena, talvolta priva di talento o di ambizione, certo, che stavolta rimane intrappolata dagli eventi di una notte.

Come stanno le sue maschere? Epifanio?

«Mi vogliono bene, perché le ho sempre trattate con rispetto».

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