Andrea Bosca a Mittelfest per Bébi: «Siamo soli per paura di soffrire»

Gian Paolo Polesini

 

L’esplorazione fortunatamente continua. “Mittelfest”, dai primi anni Novanta, è un’inesauribile fucina che plasma e ricompone qualunque arte affinché possa respirare la contemporaneità. E la ricerca ha prodotto un’altra rarità: “Bébi. Il primo amore”, di Sándor Márai, monologo di Andrea Bosca, volto familiare di tv e cinema. Regia di Giacomo Pedini. In prima assoluta sabato 18, alle 20, al teatro Ristori di Cividale.

Un progetto decisamente unico, che affronta la solitudine e non solo.

«Marcella Crivellenti di BamTeatro mi propose questo libro di Márai, pubblicato in Italia solo recentemente, che rivela un uomo e il proprio isolamento consapevole. Appassionante è stato il lavoro di drammaturgia assieme a Giacomo. Il romanzo è scritto come un diario, mentre a teatro volevamo trasformarlo in una confessione rivolta al pubblico. Ci siamo impegnati a non tradire Márai e, più che riscriverlo, abbiamo scolpito il testo, togliendo il superfluo e lasciando emergere la sua essenza».

Concentriamoci sul protagonista.

«È un professore che ha passato la vita cercando di evitare tutto ciò che poteva ferirlo, rinunciando agli affetti, alle relazioni, perfino all’amore, convinto che quella fosse la strada per starsene tranquillo e per costruire un’esistenza ordinata, fatta di regole, di abitudini, di una rispettabilità impeccabile. Ma la tranquillità non coincide con la felicità. Quando incontra due suoi studenti lui capisce improvvisamente quanto poco abbia vissuto».

Quindi non è soltanto una storia sulla solitudine.

«No. È una riflessione sul prezzo che paghiamo quando la scelta è il non farci coinvolgere. Noi parliamo di una “solitudine colpevole”. Esistono isolamenti che la vita ti impone, ma ce ne sono altri che cerchiamo noi per paura di soffrire. Pensiamo di proteggerci evitando gli altri, invece finiamo per impoverire la nostra sostanza. Prima o poi quella scelta presenta il conto».

È un tema contemporaneo.

«In un’epoca segnata da una costante connessione, ci ritroviamo più soli. Molti dribblano le relazioni perché temono il dolore, il rifiuto, e la fatica che comporta amare qualcuno. È comprensibile, ma pericoloso. Gli affetti richiedono impegno, responsabilità, disponibilità a mettersi in gioco. Se rinunciamo a tutto questo, rischiamo di svegliarci un giorno con la consapevolezza di non aver sfruttato il tempo concesso».

Il signore in questione è un insegnante. Una scelta paradossale, se vogliamo?

«Il professore dovrebbe essere una figura capace di creare relazioni, di trasmettere entusiasmo, di accendere curiosità, sì, invece smette di farlo, rifugiandosi nel ruolo, nelle regole, nella distanza. Soltanto osservando due ragazzi riscopre il desiderio di partecipare alla vita. È quasi una parabola educativa al contrario: raccontiamo ciò che non dovrebbe accadere».

L’importanza di chiamarsi teatro

«Non penso debba impartire lezioni, ma può mostrarci le conseguenze delle nostre scelte».

Com’è stato lavorare con Giacomo Pedini?

«In questo spettacolo luci, suoni e spazio scenico non sono soltanto un contorno, fanno parte della narrazione. Debuttare al Mittelfest assieme a un regista sensibile è una soddisfazione enorme».

Il festival ruota attorno alla paura. Qual è la sua?

«La paura più grande è allontanarmi da quello che sento davvero. Quando smetti di ascoltare la parte più autentica di te stesso nasce un’inquietudine profonda. Poi esiste una paura più ampia, che riguarda il mondo. Vedo troppe persone incapaci di riconoscere l’umanità dell’altro».

C’è un futuro per “Bébi. Il primo amore”?

«Il Mittelfest rappresenta l’inizio di un percorso, alcune date sono già in calendario. È una storia che parla al mondo perché ciascuno di noi, almeno una volta, ha avuto la tentazione di proteggersi rinunciando a vivere fino in fondo. Se il pubblico uscirà dal teatro con questa domanda, allora avremo raggiunto il nostro obiettivo».

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