Al Festival del Coraggio il medico Bartolo: «I migranti non sono numerii, ma sogni e persone»
Il medico di Lampedusa ospite del Festival del coraggio a Cervignano: «Dietro alle cifre ci sono persone e dietro ogni persona c’è una storia». Il progetto presentato a Roma: «Una rete tra le realtà che lavorano nel campo»

Il Festival del Coraggio venerdì 16 ottobre entra nel vivo con l’inaugurazione ufficiale a Cervignano, al teatro Pasolini alle 18. “Ospite coraggioso” sarà Pietro Bartolo, in dialogo con Paolo Felice, in un evento promosso da Legacoop.
“Coltivare il diritto alla speranza” è il titolo dell’incontro con il medico chirurgo che, nel 1993, divenne responsabile del presidio sanitario e del poliambulatorio di Lampedusa.
Pietro Bartolo continua il suo impegno in prima persona come sostenitore dell’accoglienza e della necessità di corridoi umanitari contro la tratta degli esseri umani. Lo abbiamo intervistato prima che lasciasse la sua isola alla volta del Friuli.
Cosa vede se guarda il mare da Lampedusa oggi?
«Basta girare la testa di 90 gradi per vedere cose diversissime. Da un lato, una bella spiaggia con bambini che si divertono, ridono, giocano. Dall’altro, la sofferenza di bambini che rischiano o perdono la vita. Il fatto è che spesso non vogliamo vedere il dolore. Anche la TV non ne parla o la gente cambia canale».
Lei ha la specializzazione in Ginecologia e Ostetricia, eppure si è trovato continuamente di fronte alla morte, in particolare di giovani vite. Cosa si porta dentro?
«Io ho due record. Il primo perché ho salvato più di 350.000 persone in 28 anni. Il secondo è un record vergognoso: sono il medico che ha fatto più ispezioni cadaveriche al mondo, soprattutto su bambini. Sto male come se lo stessi facendo ora. Ma devo raccontarlo per un senso di responsabilità. Devo dire che quelle creature innocenti non sono mostri perché hanno la pelle di un altro colore. Sono i nostri bambini. Non posso accettare che muoiano nel mio mare».
È il mare ad averle insegnato l’accoglienza insieme al giuramento fatto come medico?
«Sì. È il mare che ha fatto di me un pescatore, un naufrago. È il mio mare. Era il mare “Nostrum”, fonte di sostentamento. Ma gli hanno cambiato nome: “Monstrum” perché si prende le vite ed è diventato cimitero. Il mondo intero dovrebbe indignarsi. A volte mi sono sentito solo, impotente, sia nei soccorsi a Lampedusa sia come europarlamentare. Ma sono un medico e ho fatto un giuramento. Credo nei diritti umani, nell’amore verso chi soffre e verso l’ambiente, nei valori di accoglienza, solidarietà, rispetto».
Lei da anni racconta, scrive, porta la sua testimonianza. Incontra ancora pregiudizi?
«I muri li puoi abbattere. Anche il filo spinato puoi riuscire a smontarlo. Ma i pregiudizi non li puoi abbattere né oltrepassare. La narrazione tossica continua. Si dice che i migranti portino malattie, che prendano 35 euro al giorno, che siano terroristi. Li rifiutiamo come se i loro problemi non ci riguardassero. Invece la colpa è nostra. Siamo noi ad aver portato nelle loro terre guerre, persecuzioni, fame, miseria. Si continua a dire “Perché non se ne stanno a casa loro?”, quando in realtà siamo noi ad averli colonizzati. Si parla di cifre per giustificare la parola “invasione” che diffonde paura. Da trent’anni cerco di dire le cose come stanno, soprattutto ai giovani nelle scuole».
Lei si è occupato delle prime visite ai migranti. Cosa c’è dietro ai numeri di chi arriva a Lampedusa?
«Dietro ai numeri ci sono persone e dietro ogni persona c’è una storia. Ci sono sofferenze e sogni. Io li ho ascoltati. I loro più grandi sogni sono: sopravvivere, non scappare, non essere rifiutati, lavorare. Purtroppo se vengono concentrati in città, cadono nella delinquenza e le ragazze nella prostituzione. Nel mio libro “Le stelle di Lampedusa”, racconto la storia di una bambina che arrivò sola dalla Nigeria. Cercava la mamma. Le chiesi dov’era. Mi disse che era in Europa. Prima di trovarla, trascorsero sei mesi a causa della burocrazia. Per sei volte, nel frattempo, quella bambina tentò il suicidio. Oggi vive in Francia. Ci sentiamo ancora».
Qual è il suo desiderio per i bambini e le bambine che arrivano a Lampedusa?
«Il mio desiderio è che per tutti ci sia il “Giubileo della speranza”. Non smetto di sperare che qualcosa possa cambiare e che ogni persona possa scegliere come vivere in libertà».
Nella disperazione ci sono semi di speranza come il progetto “Rete Lampedusa”, presentato a Roma questa estate. Di cosa si tratta?
«Mi sono chiesto cos’era giusto fare in un mondo in cui tutto va alla rovescia. Ho trovato ostacoli in Europa e in Italia nel tentativo di fare qualcosa per i migranti. Questo progetto, semplice e ambizioso, presentato dopo essere già stato sperimentato, vuole creare rete tra le realtà che lavorano nel campo della migrazione nel terzo settore. Le strutture che si occupano di accoglienza sono tantissime, ma disorganizzate. È arrivato il momento di riunirsi in un'unica voce. Il nostro obiettivo è far arrivare queste persone attraverso canali regolari con permesso di soggiorno e documenti, dopo aver dato loro una formazione nel paese d’origine. In questo modo, possono venire in Italia non su gommoni o in bare, ma con l’aereo, a fare quei mestieri che noi non facciamo più. I migranti continuano qui la formazione finché acquisiscono le capacità per rientrare nel loro paese dignitosamente, quando sono in grado di iniziare un’attività. Abbiamo già sperimentato con successo questi “corridoi lavorativi” che danno un’alternativa al lavoro in nero. Quante volte ho sentito dire: “Aiutiamoli a casa loro”. Ecco. Questo progetto lo fa davvero».
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