«Via dal Nordafrica inseguendo un sogno»

Il regista Francesco Conversano parla del documentario “Partire, ritornare” A Pordenone per “Dedica” a Ben Jelloun

Partire, ritornare. In viaggio con Tahar Ben Jelloun è il documentario di Francesco Conversano e Nene Grignaffini (nella foto con lo scrittore), realizzato nel 2007 per Rai Educational, che sarà proiettato domani, lunedì 10 marzo, alle 20.45, al Ridotto del Teatro Verdi, incastonato nel festival Dedica. Si tratta del racconto del viaggio di giovani migranti nordafricani verso l’Europa. «Un lavoro – spiega Conversano – che cerca di illustrare i luoghi e le persone, ma anche i risvolti più intimi di quanti, spinti da necessità, sognano di andarsene dai posti d’origine per inseguire il miraggio di una vita migliore altrove. Il tutto sulla falsariga di uno degli ultimi libri di Tahar Ben Jelloun che dà anche il titolo al documentario e che affronta il tema dell’emigrazione, dal Marocco in particolare».

Una guida d’eccezione, dunque, per un viaggio che lo stesso autore, pur se in condizioni diverse, ha fatto. «Attraverso lo sguardo di Tahar, attraverso i suoi occhi di testimone – ancora Conversano – vediamo i luoghi della partenza, luoghi fisici e sentimentali, registriamo le difficoltà a lasciarli, il senso di protezione e radicamento che questi comportano pur nella precarietà di un’esistenza stentata. Conosciamo la condizione umana dei giovani, i segni della loro storia e della loro identità, giovani che vogliono partire per dare concretezza alla speranza, a un sogno...». Luoghi che sono città come Marrakech o villaggi come M’ Zonda, «un posto, questo, abbandonato, di soli vecchi e donne e bambini, dove tocchi con mano lo spopolamento, la disgregazione del tessuto sociale»; o Tangeri, dove Ben Jelloun è nato e ha vissuto a lungo prima di approdare a Parigi, «da dove abbiamo riportato due immagini significative: un gruppo di ragazzi e ragazze e un altro di donne che guardano al crepuscolo verso la sponda europea, verso Tarifa. I primi con occhi carichi di aspettative, le seconde con occhi segnati dal dolore di madri che forse non vedranno più i loro figli». Un viaggio assieme a Ben Jelloun che dalle sponde del Nordafrica approda a Parigi, «nella banlieu degli emigranti, degli scontri, della rabbia e della delusione, di una vita da emarginati – precisa il regista – che abbiamo raccontato nell’altro documentario, Indigeni della Repubblica».

Oltre 100 documentari, molti premi e una piccola casa produttrice, la Movie Movie di Bologna fondata con la collaboratrice di sempre, Nene Grignaffini: questo il carnet di Conversano, per il quale «il documentario, o cinema di realtà, come lo chiamo io, è un modo di raccontare la realtà con sguardo soggettivo e rappresentare la complessità del mondo, il suo senso; con un linguaggio, espressione di una poetica personale, che è squisitamente filmico». Uno strumento, questo del film documentario, che Conversano usa per indagare l’immaginario collettivo, per raccontare paesaggi magari attraverso il filtro di scrittori, o i cambiamenti che investono il pianeta a tutte le latitudini. «Dietro i miei lavori, ci sono delle ossessioni, delle costanti – racconta Conversano –: uno è questo discorso delle persone e dei luoghi, per cui, per esempio con Claudio Magris in Fra il Danubio e il mare, abbiamo affrontato le tematiche del confine, della frontiera, dell’appartenenza e dello spaesamento. E poi mi interessa da sempre raccontare le grandi trasformazioni sociali e le contraddizioni che queste comportano, come nel caso de Il bravo gatto prende i topi (2006), un film cui tengo particolarmente e in cui racconto l’altra faccia della Cina dei primati, quella delle campagne che scontano, tra miseria e sfruttamento immani, il grande sviluppo di quel paese. Perché dietro la faccia della modernità e dello sviluppo c’è sempre chi paga di più». Prossimo lavoro? «Un progetto su Spoon River, per i cent’anni dell’Antologia dedicatale da Edgar Lee Masters». Senza la Pivano, come sarà? «Come se ci fosse, perché useremo la sua inarrivabile traduzione».

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