Uccise l’amico, può uscire fra 7 anni

UDINE. Un delitto «particolarmente efferato e micidiale» che dimostra «l’elevata capacità criminale» dell’imputato. Le 22 coltellate sono state «letali», sferrate «con cura», infierendo sulla vittima «ormai esamine a terra». E’ racchiusa in 24 pagine, depositate venerdì, la motivazione con la quale il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Pordenone Alberto Rossi ha condannato a 13 anni e 8 mesi di reclusione Viktor Cancian, il 19enne pordenonese accusato di avere ucciso il coetaneo di San Vito al Tagliamento Matteo Salata il 9 settembre 2010 al parco del seminario.
Un omicidio maturato «con assoluta indifferenza», ma non premeditato, puntualizza il giudice. La premeditazione, infatti, ha caratteristiche cronologiche (la durata nel tempo) e ideologiche (dev’esserci assenza di momenti contrastanti che possano interrompere il proposito). Dalle motivazioni si evince che qualche elemento di dubbio c’è, puntualizza la parte civile, tanto che una pagina viene dedicata agli elementi sintomatici del proposito. E’ invece «pacifico» che è stato Cancian a convocare al parco Salata, e la premeditazione cade anche perché contemporaneamente invita un amico e un’amica.
La motivazione spiega anche il perché la pena sia rimasta ferma a 13 anni e 8 mesi, rispetto alla richiesta del pubblico ministero di trent’anni di carcere. Cadendo l’aggravante della premeditazione, la pena massima non può superare i 24 anni di reclusione, con le attenuanti generiche il gup è partito da 23. S’aggiunge poi lo sconto di un terzo automatico per la richiesta del rito abbreviato e il conto torna.
Qui s’inserisce la riflessione dell’avvocato della famiglia della vittima, Fabio Pinelli: «E’ corretto che, per scelta del legislatore, certi delitti di sangue possano essere definiti con rito abbreviato, che comporta un forte sconto di pena? Tra 7 anni Viktor Cancian potrà cominciare a uscire dal carcere. Questo stride con il principio di equità e giustizia in considerazione del fatto che un ragazzo di 19 anni ha perso la vita per sempre». Quindi la conclusione: «La sentenza restituisce pienamente dignità a Matteo. Indica che c’è stato un aggressore e un aggredito, un criminale e una vittima, che non ha mai aggredito, ma solo subito». La motivazione, infine, rileva che «il comportamento processuale di Cancian, che ha cercato di modificare quanto realmente accaduto, ha vanificato il buon comportamento a monte, il giorno della costituzione dai carabinieri».
I difensori di Viktor Cancian, Roberto Lombardini e Franco Vampa, invece, rinviano ad oggi ogni considerazione.
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