Morto Carlo Cicuttini la “primula nera” della strage di Peteano
È morto Carlo Cicuttini, condannato all'ergastolo per la stage di Peteano, nella quale, il 31 maggio 1972, morirono tre carabinieri. La morte è avvenuta ieri sera nell'ospedale di Palmanova dove Cicuttini era ricoverato per un tumore

UDINE.
È morto Carlo Cicuttini, condannato all'ergastolo per la stage di Peteano, nella quale, il 31 maggio 1972, morirono tre carabinieri. La morte all’ospedale di Palmanova, dove Cicuttini, che aveva 63 anni, era ricoverato per un tumore, diagnosticato circa un anno fa mentre era detenuto nel carcere di Parma. Proprio per consentire di curarsi, il Tribunale di sorveglianza di Udine lo aveva ammesso a tempo determinato alla pena alternativa. Per la magistratura italiana, Cicuttini è la persona che da un bar di Monfalcone, la notte del 31 maggio 1972, chiamò i Carabinieri di Gradisca d’Isonzo per informarli della presenza di una 500 con due fori di proiettile nel parabrezza, lasciata parcheggiata a Peteano, frazione di Sagrado.
Quando i carabinieri tentarono di aprire il cofano, l’auto esplose uccidendo tre militari e ferendone altri due. Cicuttini, che era stato condannato a 11 anni di reclusione anche per il fallito dirottamento di un Fokker appena decollato dall’aeroporto di Ronchi dei Legionari il 5 ottobre 1972, fu arrestato il 17 aprile 1998 a Tolosa, in Francia, dopo 26 anni di latitanza, trascorsi soprattutto in Spagna, paese che per due volte ne negò l’estradizione. La Digos di Udine tese tese la trappola: attirato in Francia con la promessa di un lavoro, trovò le manette. Cicuttini fuggì in Spagna proprio per operarsi alle corde vocali e rendersi irriconoscibile.
Per questo, secondo l’accusa, il neofascista ricevette il finanziamento di 34.650 dollari da parte dell’allora segretario del Movimento sociale di Giorgio Almirante, attraverso Eno Pascoli. A dirigere le indagini sulla vicenda venne posto il colonnello Dino Mingarelli, che diresse subito la sua inchiesta verso gli ambienti di Lotta continua. Fu una soffiata di Giovanni Ventura (poi indagato per la strage di Piazza Fontana a Milano) a rivelare che la strage era stata to compiuta da un gruppo terrorista triestino di estrema destra, di cui fece parte anche Ivano Boccaccio, militante ucciso in un tentato dirottamento di un aereo all’aeroporto di Ronchi dei Legionari nell’ottobre successivo. Tuttavia il colonnello scartò l’indicazione milanese.
Gli 007 lo invitarono a sospendere le indagini sul gruppo terrorista di estrema destra. Il colonnello rivolse le attenzioni investigative verso sei giovani. Costruì l’accusa e li condusse a processo. Secondo Mingarelli i sei giovani si sarebbero vendicati di alcuni sgarbi subiti dai carabinieri. L’ipotesi non era solida, ma il processo si aprì ugualmente. I sei vennero assolti, denunciarono a loro volta il colonnello le false accuse, dando inizio a un nuovo processo. Stavolta il principale indiziato era proprio il colonnello, che fu condannato per falso. La pista giusta fu imboccata quando il neofascista triestino Vincenzo Vinciguerra confessò la strage, confermado la “rivelazione” di Giovanni Ventura.
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