Medico di famiglia per 30 anni, addio al dottor Cocchi

È stato il dottore di fiducia delle comunità di Tavagnacco e Pagnacco. I pazienti: professionista di grande umanità

TAVAGNACCO. Prescriveva l’essenziale, solo ciò di cui il paziente aveva bisogno in quel momento, e trovava sempre, con una battuta, il modo di farlo sorridere anche nelle situazioni più difficili.

Si è spento a 65 anni, dopo un periodo di malattia, il dottor Alessandro Cocchi, per trent’anni medico di famiglia a Pagnacco e Tavagnacco. Una vita dedicata alla professione, vissuta con serietà e umanità, e resa ancor più motivata da un piccolo sogno: creare un centro per aggregare i giovani e diffondere la cultura delle tradizioni popolari e della musica, una delle sue più grandi passioni.

Nato a Trieste Alessandro si trasferisce a Pagnacco, dove, dopo gli studi, comincia a lavorare nell’ambulatorio di via dei Rizzani. Da medico di famiglia apre poi uno studio anche a Feletto Umberto, in via Cormor. «Ha sempre svolto la professione con alto senso etico e morale, soprattutto con spiccate doti di umanità ed empatia – scrivono alcuni pazienti in una lettera –. Era un po’ medico, un po’ guru, prima di curarti voleva capirti. Ispirava fiducia, era un galantuomo, generoso e attento».

Dopo la fine del primo matrimonio - da cui nascono Gilberto e Ruggero - Alessandro incontra Daniela. «Ci siamo conosciuti 22 anni fa, insieme siamo andati a vivere a Feletto Umberto – racconta la moglie – e tra tre giorni avremmo festeggiato i 20 anni di matrimonio: avevo pensato di festeggiarli anche se si trovava all’ospedale. Sono stati anni molto belli con lui».

Conseguita la specializzazione in cure palliative all’Università di Bologna, nel 2010, intraprende l’impegno di dedicarsi con determinazione ai malati terminali, operando per oltre 5 anni in equipe all’Hospice di Udine.

«Sosteneva che aiutare una persona a morire significa aiutarla a vivere intensamente l’esperienza ultima della sua vita e che ciò si realizza attraverso una presenza amorevole accanto al morente – lo ricordano colleghi e amici –. Ha sempre combattuto la deriva verso la disumanizzazione della medicina, elevando il rapporto tra il medico e il paziente attraverso l’interpretazione del pensiero cristiano che ha cercato di dare valore alla sofferenza e dignità alla malattia».

Alessandro, un uomo tutto lavoro e famiglia («Considerava i miei figli, Alexandro e Sahra, come figli suoi; adorava i suoi nipotini» dice ancora la moglie), ma che coltivava con grande determinazione anche la sua passione per la musica. «Gli è sempre piaciuta la lirica – ricorda la donna – ma in generale credeva che la musica fosse uno degli strumenti migliori per coinvolgere i giovani».

Per questo da anni aveva un sogno: dar vita a un centro culturale nelle Valli del Natisone, con un gruppo di amici storici, per i giovani in modo da diffondere la cultura della musica e delle antiche tradizioni popolari, in uno scambio con le culture austro-ungariche. «Purtroppo l’aggravarsi delle condizioni fisiche gli hanno impedito di vederlo realizzato ma da lassù saprà spronare i compagni per farlo nascere» concludono, nella lettera, gli amici-pazienti.
 

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto