L'intercvista a Specogna: «Il modello Friuli? Non abbiamo atteso la mano dello Stato»

Parla l’ex assessore regionale: «Il segreto è stato dire: è un problema nostro, non di Roma»

I. l segreto della ricostruzione che ha fatto nascere e diffondere in tutta Italia il “modello Friuli” è legato all’aver detto a Roma «è un problema nostro, non dello Stato», gestendo sin dal primo minuto l’emergenza e la rinascita di una terra devastata dal sisma.

Tutti si misero all’opera come formiche laboriose e i paesi risorsero

Parla chiaro, come da sua abitudine, Giuseppe Romano Specogna, ex assessore alla Ricostruzione (anche se ufficialmente la delega parlava di Lavori Pubblici ndr) post-terremoto dal marzo del 1983 all’anno successivo.

Democristiano di ferro – iscritto al partito sin dal 1953 –, consigliere regionale dal 1973 al 1988, sindaco di Pulfero dal 1978 al 1988 e poi presidente di Autovie Venete fino al 1995, Specogna ha preso in mano le redini della ricostruzione friulana ereditando l’assessorato da Adriano Biasutti.

Specogna se dovesse dirci, in poche frasi, qual è stato il segreto del “modello Friuli” quali sceglierebbe?

«Vi racconto un aneddoto per spiegarvi la differenza tra il Friuli e gli altri casi italiani. Quando assieme al presidente Antonio Comelli andai a vedere la situazione del Belice trovai, 12 anni dopo il sisma, una miriade di opere ancora incompiute. Chiedemmo al presidente siciliano dell’epoca come fosse possibile e lui ci rispose che quello “era un problema dello Stato”.

Noi, invece, dicemmo subito al presidente del Consiglio Aldo Moro: “questo è un problema friulano, fatecelo gestire in prima persona perché noi sappiamo quello che serve a questa terra”».

È stata, quindi, soltanto questione di “culture diverse”?

«No, assolutamente. Lo Stato ci ha garantito il denaro necessario alla ricostruzione, senza il quale sarebbe stato impossibile rialzare la testa. Noi, però, siamo stati bravi a dotare la Regione di una legislazione propria, scelta per nulla facile se consideriamo come fossimo, di fatto, privi di esempi precedenti.

Penso ad esempio alle deleghe che Roma ci ha concesso e che poi la Regione ha “girato” alle amministrazioni locali, concedendo ai sindaci pieni poteri e facendoli diventare funzionari delegati dotati di segretariati straordinari».

Parliamo dei protagonisti di quella stagione, partendo proprio da Comelli...

«Un grande presidente e lo dice una persona che, all’interno della Dc, non stava nella sua stessa corrente. Ha gestito le fasi del terremoto, a partire dalle prime settimane, quelle più delicate, in maniera eccellente prendendosi tutte le responsabilità del caso.

Ricordo ancora quando Moro lo guardò negli occhi e gli disse: “ma ve la sentite davvero di fare tutto da soli?” e lui, senza indugi rispose positivamente».

Giuseppe Zamberletti?

«Persona straordinaria nella gestione dell’emergenza e, di fatto, il padre della nostra Protezione Civile, la migliore d’Italia».

L’ateneo di Udine nacque dalle macerie del terremoto

Il suo predecessore in assessorato, Adriano Biasutti?

«Un “grosso” politico, capace di utilizzare egregiamente le proprie deleghe e, successivamente, pure la presidenza della giunta regionale grazie anche agli stretti legami con Ciriaco De Mita».

Lei subentra proprio a Biasutti nel 1983. Qual era la situazione a quasi sette anni di distanza dal sisma?

«L’aspetto più importante è stato quello di mettere in sintonia i programmi della segreteria straordinaria. Ogni lunedì riunivo a Udine l’ufficio operativo centrale, composto da tutte le forze politiche presenti in Consiglio.

Ogni componente doveva seguire una determinata zona del Friuli, verificando l’avanzata dei lavori e la bontà degli interventi effettuati sul territorio prima di tornare a riferire, il lunedì successivo, passi in avanti ed eventuali problematiche».

Nella pratica invece su cosa si è concentrato?

«Ho cercato di accelerare sulla ricostruzione di Venzone, in particolare per quanto riguarda il Duomo e la cinta muraria anche se, onestamente, il problema più grosso era legato alla cattedrale di Gemona e al fatto che gli abitanti di via Bini non fossero ancora rientrati nelle loro case.

Anzi, ricordo che nel piazzale antistante alla via c’erano strutture rette da ponteggi per i quali l’amministrazione regionale continuava a pagare un affitto. Una scelta incomprensibile, tanto è vero che intervenni decidendo di acquistarli spendendo appena l’ammontare di un anno di noleggio».

Qual è l’opera portata a termine di cui va più orgoglioso?

«Aver insistito per continuare la costruzione del ponte nuovo di Cividale. Quando arrivai trovai, sul mio tavolo, la famosa relazione di Emanuele Chiavola che invitava ad abbandonare i lavori. Non ero d’accordo con Chiavola, discussi animatamente con l’azienda – arrivando anche a far piangere il direttore dei lavori –, abbassando il prezzo finale e portando a compimento un’opera che, oggi, viene ritenuta da tutti come fondamentale.

A proposito di Chiavola, tutti ricordano il suo nome, ma io voglio sottolineare l’opera di Franco Grillo, amministratore della segreteria straordinaria che non autorizzava alcuna pratica che non fosse perfettamente in linea con i dettami della Corte dei Conti. E poi c’è la storia di Fontanabona...».

Quale storia?

«Ho seguito da vicino la ristrutturazione, compreso il momento in cui ho deciso di non rinnovare la concessione all’impresa appaltatrice decidendo di fare in proprio. L’azienda, ovviamente, non la prese bene, ma a posteriori posso dire che fu una scelta giusta perché non soltanto completammo i lavori più velocemente, ma facemmo anche risparmiare all’amministrazione regionale un discreto gruzzolo di denaro pubblico».

 

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