L'evasione sventata a Tolmezzo: «La guardia corrotta? Solo una mela marcia»

TOLMEZZO. Il primo a darle la notizia è stato l’assessore comunale Francesco Martini. Da alcuni giorni, infatti, si trova in Piemonte per un breve periodo di riposo. Ma della vicenda della possibile evasione di due detenuti dal carcere di Tolmezzo e dell’incrocio di questa ipotesi con l’ingresso nel penitenziario di droga e armi era a conoscenza fin dall’inizio delle indagini. «Non sapevo però – precisa – quando il Gip avrebbe emesso i provvedimenti cautelari. L’azione era concertata da tempo. Anzi, tutto è cominciato dall’intuizione del comandante delle guardie, il comandante Raffaele Barbieri».
Silvia Della Branca è direttrice del carcere di Tolmezzo da 10 anni. Da quattro mesi è anche a capo del Coroneo, il carcere femminile triestino, e ci tiene a ribadire l’importanza della presenza della Procura nel capoluogo carnico. «Attualmente – spiega - abbiamo circa 300 detenuti e 190 guardie, ma soltanto sulla carta visto che una trentina è dislocata altrove». Poi ammette: «La capienza ideale è di 220 detenuti; quella cosiddetta tollerabile di 266». Tuttavia, secondo Della Branca le condizioni dei detenuti «è di gran lunga migliore delle altre carceri italiane, sia per gli spazi a disposizione (massimo tre per cella) sia per le tante attività. No, il sovraffollamento non è insopportabile e l’eccedenza è minima rispetto altrove».
Una lunga premessa prima dell’ammissione: «Sono amareggiata e delusa. Certo, forse ci sta che nei grandi numeri ci s’imbatta in una mela marcia (al vaglio del Gip c’è la posizione dell’agente di polizia penitenziaria che avrebbe agevolato l’introduzione in carcere di armi e droga, ndr), ma questo nulla toglie all’operato degli altri agenti». La direttrice esclude però che dentro il carcere cambi qualcosa, nel senso che «il livello di attenzione è già molto alto. Anzi, se non fosse stato così alto non ne saremmo venuti a capo».
Della Branca concorda con il pm di Tolmezzo, Giancarlo Buonocore, quando afferma che la droga che entra in carcere oltre che per essere consumata può servire come strumento per calibrare i rapporti di forza interni. E la stessa cosa – aggiunge – avviene per i soldi. Chi ne ha di più, giostra meglio i rapporti di forza con gli altri detenuti. «È chiaro – insiste – che la droga viene acquistata fuori. All’interno può arrivare ai detenuti tramite le visite di familiari e amici. Utilizziamo di tanto in tanto anche le unità cinofile».
Ma il vero nodo, secondo la direttrice, è che il problema-droga dipende soprattutto dalla tipologia dei detenuti. «Il reato più diffuso qui dentro – argomenta – è quello relativo all’articolo 73 del Testo unico sulle tossicodipendenze. Sì, qui a Tolmezzo la stragrande maggioranza dei detenuti deve rispondere di reati legati alla droga che sia semplice cessione, oppure associazione finalizzata al traffico. Ed è evidente che qualcuno tenta di continuare a gestire i propri traffici dell’interno delle carceri».
Resta, però, il fatto che «questo è il primo episodio così eclatante che si verifica a Tolmezzo. Continueremo a vigilare come abbiamo sempre fatto. Va anche ribadito che i rapporti tra detenuti e familiari sono abbastanza liberi. Non ci sono separè e sono tollerati anche gli abbracci e i baci. Talvolta i detenuti incontrano anche amici». Nessun giro di vite particolare, sembra allora di capire. Anche perché la direttrice sostiene che le guardie penitenziarie svolgono il lavoro lavoro con grande scrupolo. «Al proposito - dice ancora - mi sento di fare un ringrazimento a tutti, ai carabinieri, a Buonocore, ma anche ai miei uomini e in particolar modo al comandante Barbieri».
Come dire, insomma, che quanto accaduto «è la riprova che la Procura di Tolmezzo è più che necessaria. Senza, ci sentiremmo più soli e anche meno protetti e, dunque, maggiormente vulnerabili perché ci verrebbe a mancare la guida. Una guida lontana è evidentemente meno contattabile e raggiungibile».
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