Leprotto di pochi giorni “salvato” da un gatto

Il micio lo trova e lo trascina per gioco in casa. Il piccolo Roger affidato al Centro di recupero

CAMPOFORMIDO. Eccolo Roger, piccolo come un pugno, pelo morbidissimo e grandi occhi sbarrati. Forse affamato, ma anche tranquillo.

È un leprottino di pochi giorni, appena portato al Centro per il recupero della fauna selvatica di Campoformido.

Il gestore, Maurizio Zuliani, prende il biberon e quanto serve per ristorarlo: «È il primo della stagione», dice.

Come, il primo? «Ne seguiranno altri, come ogni primavera, una trentina di piccole lepri: una volta svezzate, vengono tutte liberate nel loro ambiente».

Roger ha una storia particolare. L’ha trovato, sullo zerbino dell’uscio, una signora residente in una importante località del Medio Friuli.

L’aveva trasportato, delicatamente fra i denti, il gatto di casa che, sornione, aspettava coccole in cambio del “regalo”. La signora ha fatto intervenire il Servizio regionale recupero fauna.

Chi ha gatti sa che amano presentare le prede ai padroni di casa: topolini o lucertole, uccellini caduti dal nido.

In questo caso, il micio si era evidentemente imbattuto nel piccolo di lepre.

Voleva forse giocare e poi, come accade nell’allenamento a predare, magari strattonarlo fino a sfinirlo.

Ma il leprotto non si è prestato al gioco pericoloso: «La difesa delle lepri neonate – spiega l’addetto della forestale che ha accompagnato Roger da Zuliani – è lo stare immobili. Un altro salvavita è il fatto che, come altri piccoli selvatici, non ha odore. Perciò, se possibile, non devono essere toccati, la madre li abbandonerebbe a morte sicura. Se proprio il leprotto deve essere spostato perché magari è in un posto dove si sta lavorando, bisogna imbrattarsi le mani di terra o di erba».

«La lepre – continua l’esperto – partorisce in questa stagione. Quattro o cinque piccoli, già con il pelo e gli occhi aperti a differenza dei conigli, e li deposita un po’ distanti uno dall’altro, così se viene predato uno si salvano gli altri».

«Sembrano abbandonati – conclude l’addetto della forestale –, ma in realtà non lo sono».

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