Le immagini sul grande schermo. La gente rimasta fuori si commuove

Nel giorno del saluto c’erano tutti: dipendenti attuali, dal laminatoio agli uffici, pensionati, lavoratori di aziende terziste, e anche tanti artigiani e piccoli imprenditori della zona

OSOPPO. Fuori dalla grande sala del laminatoio stracolma di gente, e di fronte al grande schermo allestito per permettere a tutti di partecipare alla cerimonia funebre, gli operai delle Ferriere nord, ieri, hanno salutato in silenzio Andrea Pittini, il capitano d’industria deceduto venerdì scorso, a 85 anni, all’ospedale di Udine.

Nel giorno del saluto c’erano tutti: dipendenti attuali, dal laminatoio agli uffici, pensionati, lavoratori di aziende terziste, e anche tanti artigiani e piccoli imprenditori della zona.

«Devo solo ringraziare Andrea Pittini - ha detto Giuseppe, pensionato di Tarcento - ho passato 34 quattro anni qua dentro, sono arrivato nel settembre del 1976 e il capannone era già stato ricostruito dopo il terremoto. Lui non ha mai sgarrato con noi, anche nei momenti più difficili, il dieci del mese lo stipendio è sempre arrivato».

Per loro quell’uomo tenace che con la sua determinazione ha creato dal nulla un impero industriale, non era solo il padrone da ringraziare perché gli aveva permesso di metter su famiglia, istruire i propri figli, era anche l’emblema del lavoratore friulano fatto di quella odiata-amata concretezza, che permette di fare le cose, di andare avanti e di non arrendersi mai.

«L’ho conosciuto quando aveva il suo magazzino a Gemona - ha aggiunto Enzo - , erano gli anni in cui mio padre, gestore di un’azienda che vendeva macchinari, era un suo fornitore. Quando comprò la prima macchina ci disse: «Ho speso 2 milioni di lire, tutto quello che avevo, e ora non ho più niente. Speriamo che vada bene».

Sulle labbra dei lavoratori è comparso un sorriso quando Pietro, il piccolo nipote di Andrea Pittini, ha salutato il nonno ricordando che lo aveva nominato il suo “pulisci-pipe” di fiducia, ma subito dopo si sono commossi nel sentire il figlio Federico raccontare la storia dell’azienda, una storia impressa nel dna del territorio gemonese e di cui anche loro fanno parte.

«Lo conoscevamo bene - ha ricordato Franca - , anche noi abbiamo una piccola azienda e da lui abbiamo imparato molto. Io, tutt’ora sono la prima a presentarmi in fabbrica al mattino, come faceva lui». Pittini è stato un grande imprenditore uno di quelli che non stava rinchiuso nei palazzi: «Quando il sabato venivo a fare i “salvataggi” - ha raccontato Emilio di Pagnacco, che all’ufficio tecnico della Pittini ha lavorato 13 anni all’ufficio - lui compariva sempre. “Frut, ce fastu?”, mi diceva e poi mi offriva un caffè. Il Cavaliere era un uomo di grande umanità, che parlava con tutti, dal dirigente all’operaio».

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