Giornata nera nelle case di riposo del Fvg: il coronavirus si porta via cinque anziani

UDINE. Come in altri angoli d’Italia, anche in Friuli le case di riposo si confermano il fianco scoperto nella guerra al coronavirus. Quattro gli anziani morti soltanto nelle ultime ventiquattro ore, che fanno salire a quota 33 il computo dei decessi nelle strutture di accoglienza per la terza età delle province di Udine e Pordenone.
Tra giovedì e ieri s’è aperto il fronte della casa di riposo di Paluzza, dove in poche ore sono morte cinque persone e i risultati dei test hanno certificato la positività di 62 ospiti, che hanno contratto il Sars-Cov-2. Alla Chiabà di San Giorgio di Nogaro s’è registrato un altro decesso.
Uno stillicidio che le autorità sanitarie tentano di affrontare, con riorganizzazioni mirate degli spazi e con il continuo turnover di operatori, a loro volta contagiati e - in più casi, loro malgrado - inconsapevoli e incolpevoli vettori del virus. I sindacati chiedono un piano di emergenza ad hoc.
I numeri
Il Friuli che rispetto ad altre regioni del Nord è riuscito a contenere la diffusione su larga scala del Covid-19, si ritrova a piangere decine di nonni. Persone, storie, memorie cancellate dal virus che sta spegnendo quelle di migliaia di individui. E le case di riposo, nella situazione di emergenza che stiamo vivendo, hanno pagato un tributo altissimo in termini di vite: diciassette morti a Mortegliano, cinque a San Giorgio di Nogaro, quattro a Lovaria, tre a Castions di Zoppola, quattro a Paluzza, uno a Gemona.
L’emergenza
La Regione segue questo fronte in prima linea, pronta a rinforzare gli organici degli operatori con il personale distaccato dai Distretti sanitari, ma pure con psicologi e virologi. Anche ieri il vicepresidente Riccardo Riccardi si è confrontato con il sindaco di Paluzza, Massimo Mentil, in una conference call che ha coinvolto anche gli altri sindaci dell’Ambito sanitario dell’Alto Friuli: la situazione è tenuta in stretta considerazione, soprattutto per l’evoluzione delle ultime ore.
I sindacati
Cgil, Cisl e Uil, nel corso di due distinti incontri con Anci-Federsanità e con la Direzione regionale alla Salute, hanno sollecitato «oltre alla regolare fornitura dei dispositivi di protezione individuale per chi opera nelle strutture sanitarie, nelle case di riposo, nelle Rsa e nell’assistenza domiciliare», anche «la definizione di protocolli che prevedano l’effettuazione di tamponi con cadenza almeno settimanale per tutto il personale impegnato in queste strutture e l’individuazione di procedure e strutture per l’assistenza sanitaria ai contagiati e il loro isolamento».
A rafforzare questa esigenza, sostengono per le segreterie regionali Rossana Giacaz (Cgil), Luciano Bordin (Cisl) e Magda Gruarin (Uil), i dati sull’impatto dell’epidemia sugli operatori del sistema socio-sanitario, sugli ospiti delle case di riposo, dov’è stato purtroppo altissimo il numero di vittime, e su tutti i lavoratori impegnati anche indirettamente in questo comparto, compresi quelli dei servizi in appalto, dalle mense alle pulizie.
Per le strutture per anziani, ai sindaci e ai dirigenti dell’assessorato alla Salute i sindacati hanno chiesto «quale sia la strategia nelle strutture per anziani per sostituire il personale che migra verso il pubblico, la situazione della fornitura dei Dpi agli ospiti e a tutti i lavoratori coinvolti, quale il piano di intervento per affrontare l’emergenza in atto, quali le strategie per garantire una maggiore interazione tra aziende sanitarie, servizi socioassistenziali dei Comuni e territori».
Un appello è arrivato anche da Pierino Chiandussi, presidente dell’Anap Fvg, l’associazione anziani e pensionati di Confartigianato: «Bisogna garantire l’arrivo dei dispositivi di sicurezza e la prova del tampone per tutti, ospiti e personale di queste strutture che di fatto, operano già come reparti ospedalieri per Covid-19. Serve poi nell’immediato futuro una regolamentazione attenta e scrupolosa per la messa in sicurezza preventiva».
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