Fvg, è allarme mafia in banche e imprese

Intervista esclusiva al Procuratore capo di Trieste Mastelloni sulle infiltrazioni criminali nel territorio regionale: «I clan sono nelle aziende e cercano legami con la politica». «Qui le cosche hanno già fatto il salto di qualità, ora serve rafforzare la polizia»
Silvano Trieste 18/02/2014 Carlo Mastelloni, Procura di Trieste
Silvano Trieste 18/02/2014 Carlo Mastelloni, Procura di Trieste

UDINE. «Il mio sogno - riferì un giorno a Giorgio Dell’Arti - è incontrare Mina». Per adesso, invece, si occupa di vicende ben più gravose. Carlo Mastelloni nato ad Avellino nel 1950 appartiene a un’antica famiglia napoletana di magistrati. Procuratore capo della Repubblica di Trieste dal febbraio 2014, è stato per anni giudice istruttore conducendo inchieste rilevanti sul terrorismo interno e internazionale, dalle Brigate rosse all’Olp.

Il reporter aveva denunciato sul “Messaggero Veneto” la presenza della ’ndrangheta

Ha fatto emergere la struttura segreta Gladio, ha svelato i meccanismi delle triangolazioni di armamento, ha indagato sulla polizia parallela e ha fornito contributi probatori all’ultima inchiesta sulla strage di piazza Fontana di Milano. Nel 2008 ha pubblicato un volume sul controllo dei trasferimenti internazionali di armamento. In passato indagò tra l’altro su Vittorio Emanuele di Savoia e il traffico d’armi (venne subito trasferito a Roma).

Fu giudice istruttore, conducendo inchieste rilevanti sul terrorismo interno e internazionale; incriminò, come accennato, i vertici dell’Olp per traffico clandestino di armi; fece emergere la struttura segreta Gladio entrando negli archivi segreti del Viminale nell’ambito dell’inchiesta su Argo 16 (l’aereo dei nostri servizi segreti misteriosamente precipitato a Tessera); fu il primo a indagare sui rapporti internazionali delle Brigate Rosse e fornì contributi probatori all’ultima inchiesta sulla strage di piazza Fontana di Milano.

Nel 2010 ha pubblicato per Rubbettino Il filo del male (scritto con Francesco Fiorentino), giallo ambientato nella Trieste del 1958 che tocca da vicino la storia politica italiana, in particolare le connessioni tra le stanze del potere e l’azione dei servizi segreti. Nell’intervista concessa al nostro giornale, che fa seguito alle anticipazioni del medesimo sulle infiltarzioni mafiose nela nostra regione, Mastelloni conferma sia che le cosche sono presenti sia che hanno già operato il salto di qualità.

Dottor Mastelloni, il vertice sui problemi della criminalità organizzata che ha convocato in settimana prende spunto dall’inchiesta su mafia capitale oppure era già stato programmato?

«Il vertice era stato programmato da lungo tempo e rientra in un protocollo redatto più di un anno fa dalle Procure generali di Venezia e di Trieste, teso a incentivare le misure di prevenzione patrimoniali. In occasione del consesso ho cercato di fotografare il momento storico adducendo che è arrivato il tempo di anteporre l’emergenza delle infiltrazioni mafiose rispetto a quelle che erano considerate nel Distretto delle priorità sorte anche sulla base degli ottimi rapporti coltivati con gli anni dai miei Sostituti con gli omologhi organi dei Paesi esteri circonvicini e con le polizie operanti in questi stessi Paesi. Tante sono state le inchieste sullo sfruttamento della prostituzione tese a intravedere e quindi debellare il fenomeno della riduzione in schiavitù».

Ora, dunque, lei mi conferma che la criminalità legata alla mafia è una priorità anche per il Friuli Venezia Giulia che se mai lo è stata, di certo non è più un’isola felice?

«Si, adesso la vera priorità risulta il disvelamento e la conseguente repressione della cosiddetta mafia bianca».

Vale a dire?

«Cioè l’infiltrazione sempre più invasiva delle cosche di qualsiasi segno - anche straniere - nell’economia legale, pubblica e privata».

E questo perché?

«Per due ordini di motivi: la necessità da parte delle grandi organizzazioni criminali di immettere nei circuiti finanziari i proventi illeciti e di sostituire l’ormai obsoleto controllo del territorio per il tramite della violenza diretta, con un rapporto, non solo clientelare, con le istituzioni pubbliche locali. Ce lo chiede la Direzione nazionale antimafia, ce lo chiede la società civile, ce lo chiedono le vittime invisibili che non hanno la forza della denuncia».

«La mafia in Friuli c’è dal 2012, per ora non vuole il sangue»
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Durante il vertice con i suoi collaboratori ha parlato della necessità di una rifondazione delle cultura preventiva e repressiva contro le mafie. Può dirci nel concreto in che cosa consistono questi due obiettivi?

«Per cultura preventiva intendo un riassetto dei reparti investigativi locali, ma questo non dipende certo da me. A parte la Dia, la Direzione investigativa antimafia, competente per territorio, rinnovata ottimamente quanto ai suoi vertici, i quadri intermedi degli altri organi investigativi andrebbero rafforzati nel numero e nella formazione».

Quanto alla cultura repressiva?

«Mi sembra che, non soltanto nel nostro territorio e non certo per colpa delle strutture di cui ho appena detto, ci siano ancora delle resistenze nel comprendere completamente la mutazione intervenuta nelle mafie. Non è più come negli anni Novanta allorché avevamo di fronte incolti e feroci samurai».

Oggi allora com’è la “nuova” mafia?

«Oggi l’antagonista non porta più la coppola, ma è inserito nei circuiti medi dell’artigianato, della piccola industria e degli istituti bancari, pronto a sfruttare la disponibilità all’illecito dei pubblici amministratori e delle piccole aziende in difficoltà».

Analisi da brividi... e com’è pronta la mafia a sfruttare la disponibilità all’illecito dei pubblici amministratori?

«Il fine immediato è uno solo: corrompere i primi e porre “sotto tutela” - anche estorsiva- i titolari delle piccole e medie imprese. Il fine ultimo poi è accaparrarsi tutto e tutti. Il ricorso alla violenza è l’ultima ratio. Di qui la difficoltà delle correlative indagini, vista la carenza di denuncia penale. Gli anonimi servono a poco o a niente. E nemmeno ne arrivano tanti che affrontano il tema. Anzi sono sintomo di resistenza culturale e quindi di debolezza del corpo sociale».

Le risulta che le attività malavitose abbiano operato una sorta di salto di qualità per cui evitano al massimo comportamenti violenti e preferiscono "comprare" tutto e tutti?

«I salto di qualità c’è effettivamente stato. Esso riguarda l’intera galassia delle associazioni criminali, anche di quelle sedenti all’estero che hanno mille rivoli, senza chiedere passaporto o visto di ingresso per arrivare nel nostro territorio. La specificità geografica del Friuli e soprattutto dell’entroterra triestino rendono assai agevole la penetrazione di insediamenti criminali delle nuove entità statuali sorte dopo la guerra nella ex Jugoslavia».

Cosche per così dire diverse?

«A differenza delle cosche mafiose italiane, si tratta di strutture aperte e di tipo essenzialmente gangsteristico che non rifuggono affatto dall’uso della violenza. Sono cioè bande disposte a una alleanza quasi naturale e immediata nei traffici criminali: una massa di manovra variegata e pronta, all'occorrenza, all’operatività illegale e all’uso delle armi. Per quanto ne sappiamo questo tipo di “batterie” balcaniche si dedicano prevalentemente al traffico di droga e di armamento, ampiamente reperibile dopo la dissoluzione degli eserciti della repubblica jugoslava».

E da chi siono composte queste strutture mafiose?

«Sono formazioni composte quasi sempre da ex militari, e quindi con un livello di addestramento collaudato. Al momento non sembra che nessuna di queste bande abbia potuto effettuare il salto di qualità verso i grandi affari finanziari internazionali per cui sono fatalmente proni alle direttive, ben pagate, delle nostre associazioni criminali».

Il suo appello alla “rifondazione culturale” è uno sprone alla coscienza di tutti.

«Un magistrato prima fa, poi dice, e con me i miei pochi ma validi sostituti, sulla cui capacità di lavoro non mette conto di discutere. Voglio aggiungere, anche banalizzando, che è certamente più facile per un giudice, per i giudicanti che interpretano e applicano il fatto alla stregua della norma, riconoscere la mafia a Palermo piuttosto che a Udine o Trieste, considerate per decenni isole felici o immuni dai fenomeni attinenti l'attività mafiosa. Una rifondazione culturale deve perciò attraversare tutta la giurisdizione».

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