Solide, innovative e internazionali: a Udine le aziende familiari che fanno grande il Friuli
L’evento organizzato dal Messaggero Veneto alla Torre di Santa Maria: presentato lo studio di Nomisma sulle imprese di famiglia. I pregi e le criticità: «Gestire il passaggio generazionale e migliorare i profitti»

«Le imprese familiari si rinnovano, rinascono, a ogni generazione. È questo il segreto per la loro continuità e solidità nel tempo». È stato Marco Rossi, presidente del Comitato NextGen e membro del consiglio direttivo dell’Aidaf (Associazione italiana delle aziende familiari), nell’intervento conclusivo dell’evento “Una famiglia, un’impresa” organizzato dal Messaggero Veneto, a tirare le conclusioni di un intenso pomeriggio di dibattiti e storie aziendali uniche, che hanno visto la premiazione di ben 7 realtà della provincia di Udine.
A ricevere un riconoscimento e una targa per le loro caratteristiche che le rendono di vertice, sono state Icop, Moroso, Ondulati e Imballaggi del Friuli, BMeters, Fisa, Nord Laser e Nonino distillerie.
È stato il presidente di CrediFriuli, Stefano Fruttarolo, a portare i saluti alla platea intervenuta nel salone di palazzo Torriani, sede di Confindustria Udine.
«Il vincolo familiare rende forte un’impresa», ha detto l’avvocato Fruttarolo, «è un jolly fondamentale. La debolezza può sopraggiungere nei casi in cui il vincolo familiare va in crisi e può portare conseguenze. Anche il passaggio generazionale è un momento delicato, ma in questo caso si può intervenire».
A illustrare la ricerca di Nomisma sulle imprese familiari del Friuli, che è stata di fondamentale supporto per individuare le premiate, è stato il senior project manager Enrico Marinucci. «Le aziende familiari friulane», ha detto il ricercatore, «sono innovative, avanzate e vocate all’estero. Viviamo anni in cui l’incertezza, anche nel settore dell’economia e degli affari, è diventata la normalità: Covid, guerra in Ucraina, insediamento di Trump negli Usa, conflitto in Iran. E tutto ciò impatta anche nelle nostre realtà territoriali».
Marinucci ha sottolineato come «la dipendenza dall’estero e un mix elettrico prevalentemente a base di gas alzano i prezzi dell’energia italiana. Il gas oggi è quotato 72 euro al megawatt/ora, il 126% in più rispetto a febbraio, mentre il petrolio costa 90 dollari al barile, il 35% in più rispetto a febbraio. Sette imprese su 10 del Triveneto ritengono che la volatilità dei prezzi e l’instabilità dei mercati siano un fattore critico per lo sviluppo e la crescita».
Il ricercatore di Nomisma ha evidenziato come l’export del Nordest resti comunque resiliente con Germania, Usa, Francia, Spagna e Svizzera che si confermano le principali destinazioni delle merci made in Friuli. Riguardo le specificità della provincia di Udine, Marinucci ha sottolineato come un fattore negativo sia la demografia «con un calo della popolazione negli ultimi 7 anni del –2, 5%, superiore alla media regionale e nazionale.
«Nel 2026 erano attive in provincia 41.318 imprese, con 183.754 addetti. Negli ultimi 10 anni le realtà produttive sono calate del 7% ma il personale è aumentato del 18%, indice che sono state effettuate aggregazioni tra imprese. Se osserviamo i macrosettori, i servizi rappresentano il 42%, il commercio il 17%, l’agricoltura il 16%, le costruzioni il 15% e la manifattura il 10%. Nella manifattura la top 5 è rappresentata da metallurgia, mobili, legno, alimentari e bevande e macchinari».
Le imprese familiari con fatturato superiore a 15 milioni di euro sono 117 in provincia di Udine (53,2% del totale), vantano 9,8 miliardi di euro di fatturato (56% del totale) e danno lavoro a 19.803 addetti (il 44,4% del totale). La produttività media delle imprese familiari è più alta rispetto alle altre, mentre i margini e gli utili sono inferiori (Ebitda sui bilanci 2024 pari al 6,8%, contro l’11,1% delle aziende non familiari).
A fare gli onori di casa è stato il vicepresidente di Confindustria Udine, Mario Toniutti, presidente e amministratore delegato del gruppo Illiria, che ha evidenziato la necessità di managerializzare l’azienda, anche quella familiare, quando questa cresce.
«Il classico imprenditore tuttologo non può vincere questa sfida» per Toniutti che ritiene fondamentale «delegare i ruoli all’interno dell’azienda» e costruire competenze. Anche gli investitori possono avere un ruolo, purché contribuiscano a «costruire dei manager insieme agli imprenditori al fine di far crescere la società».
Sul passaggio generazionale, Marco Zampieri, fondatore e amministratore delegato di Manager a Tempo, sottolinea come l’imprenditore debba «porsi per tempo il problema di cosa accadrà quando non sarà più in grado di guidare l’azienda».
E a questo proposito invita a un cambio di paradigma: a non pensare più il passaggio generazionale come il semplice : passaggio dell’impresa dalle mani del padre a quelle del figlio, ma a un passaggio dalla famiglia alla continuità».
Una chiave di lettura sposata anche da Silvia Chiavacci, dello Studio C&C, che legge il passaggio generazionale «non come un momento, ma come un processo» che come tale va preparato e gestito per tempo. Secondo Chiavacci, l’imprenditore deve riuscire a «staccarsi dagli affetti» e individuare tra i possibili successori chi abbia davvero le capacità per portare avanti l’impresa. Perché una successione gestita male «può avere un impatto enorme sull’impresa, che può andare a morire», ma anche sul territorio e sul capitale umano che vi lavora. Gli eredi capaci possono aver bisogno di formazione, mentre per chi non ha le competenze esistono strumenti societari e patrimoniali per garantire comunque la continuità dell’azienda.
Una continuità che, secondo Marco Rossi, presidente del Comitato NextGen e membro del Consiglio Direttivo Aidaf, non può però significare semplice conservazione. «Ogni generazione deve essere in grado di rifondare l’azienda», prendendo ciò che la generazione precedente ha costruito e «aggiungendo qualcosa di nuovo» per aggiornarla e portarla al passo con i tempi.
Il passaggio generazionale, sottolinea, «non è un vestito che si fa da solo»: alla NextGen serve pazienza, perché è «un percorso lungo» nel quale bisogna anche poter sbagliare. E l’azienda «non è un diritto»: va meritata attraverso la voglia di lavorare, costruire e portare avanti determinati valori, ma anche con la capacità di «ricrearla, ritrovarla, riporla» e consegnarla alla generazione successiva.
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