Ecco quel che resta della Grande sedia

In quindici anni le aziende sono passate da 1.110 a 600. Dimezzati gli addetti. Si è salvato chi aveva partner commerciali esteri. Il sindacato: fare sistema

MANZANO. Capannoni chiusi, abbandonati. Inghiottiti dalla ruggine. Una ventina di anni fa pullulavano di operai, tecnici e artigiani del legno. Si fabbricavano sedie, un marchio di cui il Friuli andava fiero. In Italia e nel resto del mondo. Oggi quel territorio compreso fra San Giovanni al Natisone, Manzano e Corno di Rosazzo non riesce a rimarginare le ferite provocate dalla crisi. Il triangolo della sedia, così come era conosciuto, non ha più un vertice, nè lati robusti su cui far correre l’economia di una regione.

E poco importa se è noto a livello internazionale come il distretto della sedia, con l’aggiunta di altri comuni quali Buttrio, Aiello, Pavia di Udine, Chiopris Viscone, San Vito al Torre, Moimacco e Trivignano Udinese. L’età dell’oro è finita per molti di quegli imprenditori che sulla sedia avevano creato una fortuna.

Le cifre sono impietose. Dalla fine degli anni Novanta a oggi delle iniziali 1.110 aziende ne sono rimaste 600. Allora vi erano impiegati 11 mila addetti che al giorno d’oggi sono diventati 5 mila. Una perdita secca del 50 per cento nell’arco di tre lustri. Una botta tremenda per il settore. Un ko dal quale è difficile riprendersi.

«Tutto è cominciato negli anni Novanta - spiega Emiliano Giareghi, della Cgil provinciale - quando si cominciarono ad avvertire i primi segnali che anticipavano la tempesta. Fino a quel momento gran parte del successo delle imprese del distretto era legato alla svalutazione della lira. Facendo leva su una marcata vocazione all’export, le aziende potevano sfruttare la leva monetaria per imporre i propri prodotti all’estero.

Eppure il made in Manzano all’estero è ancora il top

Con l’avvento dell’euro - aggiunge Giareghi - le cose si sono fatte più difficili». Ma a trascinare il settore nel “buco nero” della crisi è stato il tracollo dei mercati finanziari nel 2008. Da allora la caduta è stata inesorabile. E i segni sono visibili, oggi, a occhio nudo. I capannoni chiusi assomigliano a rovine abbandonate. Una consistente fetta di quel triangolo un tempo ricco e fiorente si è trasformata in un enorme reperto “archeologico”.

«È uno spettacolo desolante. Il territorio, e mi riferisco agli anni Sessanta e Settanta, si era sviluppato - sottolinea l’esponente sindacale - seguendo uno schema pressochè identico. Chi voleva investire nella sedia, costruiva l’azienda a pochi passi da casa. E questo ha fatto la fortuna anche di chi gravitava attorno: bar, ristoranti, tabacchini».

Ma qualcuno è riuscito a schivare lo spettro della chiusura. Chi ha puntato sull’innovazione, ma soprattutto chi aveva i partner commerciali fuori dai confini nazionali. Quelli che vendevano quasi esclusivamente in Italia hanno sofferto tantissimo. E molti si sono arresi. Oggi pensare di rinverdire i fasti del passato è impossibile.

«Le piccole imprese, quelle con dieci dipendenti tanto per farci capire, hanno difficoltà a imporsi e a vendere. Chi si è consorziato - precisa Giareghi - si è salvato, chi ha continuato a correre da solo è piombato nel dramma. Ecco, credo che l’unica ricetta per una ditta del settore sia quella di fare sistema. Ma non basta: il distretto della sedia è la cartina di tornasole della situazione in cui versa l’economia italiana.

E allora ci vorrebbero meno burocrazia per avviare un’attività imprenditoriale, politiche che rendano attrattivo il territorio, la riduzione del costo del lavoro, l’abbattimento dei costi legati all’energia. Se piccole realtà produttive - secondo il rappresentante della Cgil - riuscissero a collaborare fra loro evitando di farsi la guerra, qualcosa potrebbe migliorare. Ma troppo spesso vige la regola del “mors tua, vita mea”».

Tra immaginare soluzioni e metterle in pratica, però, troppo spesso i tempi sono biblici. E così si può anche assistere all’arrivo di imprenditori stranieri che acquistano i capannoni che i friulani sono stati costretti a chiudere. Dapprima francesi e tedeschi, poi spagnoli e oggi cinesi. «Ma il più delle volte - puntualizza Giareghi - si tratta di compratori interessati ad acquisire il portafogli clienti o ad avviare la produzione per l’azienda madre di cui sono propietari in patria».

Ma allora, tirando le somme, costruire sedie non conviene più? Il distretto è condannato a una lenta agonia? «Come dicevo prima - afferma il sindacalista - c’è chi è riuscito a evitare gli effetti nefasti della crisi. Le sedie serviranno sempre. Ma stiamo vivendo una fase in cui si registra un drammatico crollo del potere d’acquisto. Una bella sedia, che magari costa 80 euro, viene lasciata lì e le viene preferita una più “ordinaria”, ma per la quale si possono sborsare 20 euro. E magari si scopre che non è stata costruita in Italia. Per cambiare le cose servirebbe una scossa, ma qui parliamo di scelte politiche a livello nazionale. Che, per il momento, non si vedono». Insomma, quello che il Friuli ha perso non ritornerà. Punto e a capo.

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