Eppure il made in Manzano all’estero è ancora il top

Il caso della Potocco spa: quasi cento anni di storia e il 90 per cento di export. «Prodotto unico, servizi al cliente, innovazione: così la crisi si può superare»

MANZANO. Decine di capannoni chiusi, aziende costrette ad alzare bandiera bianca. La Grande Sedia sembra il puff di Fracchia, vacilla, non dà solidità? È vero. La situazione è difficile, i posti di lavoro persi sono scritti ormai nelle statistiche. Ma meglio delle statistiche fa quel panorama desolante attraversando il Distretto. Qui non si scoperchiano ancora i capannoni chiusi per non pagare l’Imu come fanno in diverse parti d’Italia (Veneto compreso), almeno non lo si fa ancora. Ma la geografia del Distretto della sedia nel quadrilatero Manzano, San Giovanni, Corno di Rosazzo e Premarfiacco è cambiata.

Eppure la Grande Sedia, non è morta. Lo dimostrano alcune aziende che ce l’hanno fatta a rsopravvivere e ricollocarsi. Ce lo dice il mercato. Il più ambito, quello americano.

Negli Usa il made in Italy e soprattutto il Made in Manzano, se si parla di sedie e di legno, è ancora il punto di riferimento. E da oltre oceano (e da Oriente) arriva un’altra bella notizia. La situazione economica sta cambiando. In meglio.

Il nostro osservatorio privilegiato è la Potocco spa di Manzano, 90 dipendenti, una di quelle aziende storiche del Distretto che sono sopravvissute allo tsunami. Come? Ce lo racconta l’amministratore unico Antonino Potocco e la manager Silvia Di Palma, che da anni segue il mercato americano. Lei quei clienti di grandi negozi da una costa all’altra li conosce alla perfezione. Sa cosa pensano di noi. E per loro quella Grande Sedia, se fatta con stile, innovazione, passione, amore non è affatto un puff di Fracchia.

Il segreto per sopravvivere nel Distretto è sempre la qualità?

«Sì ma non basta. Oggi è fondamentale anticipare le richieste del mercato, proporre un prodotto unico e con caratteristiche speciali. Serve il servizio al cliente».

Come viene vista la Grande Sedia all’estero?

«Il made in Italy, quello vero che noi rappresentiamo è ancora un valore molto importante, soprattutto nel settore del lusso. Come ci è stato confermato anche la settimana scorsa a New York, nel mercato americano vi è una netta preferenza per i prodotti di provenienza italiana piuttosto che per quelli prodotti in altre aree del pianeta. Il tocco artigiano e l’esperienza, così come la storia delle aziende familiari così diffuse nel settore dell’arredamento in Italia e soprattutto nel nostro distretto, sono sicuramente degli elementi molto apprezzati. Chi si rivolge alla clientela d’élite, offrendo un prodotto esclusivo per unicità e qualità di esecuzione, vede ancora nel vero made in Italy un elemento chiave, in grado di marcare una netta differenza con gli altri presenti sul mercato».

Un esempio?

«Recentemente abbiamo avuto in visita da noi un gruppo consistente di negozianti statunitensi che sono rimasti estremamente entusiasti nel vedere come si lavora qui. In particolar modo, li ha colpiti la costante presenza dell’uomo, in ogni fase del processo produttivo. Quindi un prodotto industriale, ma costruito con le mani e controllato dagli occhi di veri artigiani. E hanno amato profondamente la bellezza della nostra terra e delle nostre città (Udine e Cividale), la bontà del cibo e del vino, l’ospitalità dei friulani».

Insomma il Distretto piace ancora...

«Credo che la differenza la faccia l’altissima specializzazione, unita alla storia (che si traduce in esperienza) e al preziosissimo know how della manodopera di cui fortunatamente possiamo avvalerci».

Ma cosa significa proporre un prodotto made in Friuli durante la crisi?

«Il made in Italy all’estero aiuta ancora ad aprire le porte. In un mercato invaso da migliaia di prodotti di qualsiasi tipo, qualità e provenienza, la sedia Made in Friuli gode ancora di un valore intrinseco percepito molto alto. E noi, alla Potocco, ci impegnamo quotidianamente affinché questa percezione rimanga inalterata e, anzi, aumenti ulteriormente. Sappiamo infatti che ciò che siamo in grado di offrire noi è di difficile raggiungimento nelle altre realtà industriali mondiali».

Che cosa cerca il mercato americano in una sedia?

«Il mercato Usa, dopo anni di consumo di un prodotto di massa, cerca unicità, originalità e il massimo della personalizzazione. Caratteristiche che per noi sono irrinunciabili».

Si intravedono dai vostri viaggi in America segni di ripresa economica?

«Sì, specialmente negli Usa. Ma buone notizie arrivano anche dall’Oriente, in cui ci sono i mercati storici e anche quelli emergenti che possono dare belle soddisfazioni. Là vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Purtroppo è la “nostra” Europa che soffre e sulla quale è difficile pianificare le nostre politiche per il medio-lungo termine».

Quanto rappresenta l’export nel vostro fatturato?

«La Potocco, prossima a festeggiare i 100 anni della sua storia, oggi ha 90 dipendenti. L’export rappresenta da sempre una parte considerevole del fatturato aziendale, circa il 90%. Al momento i mercati principali sono Usa, Russia ed ex-blocco Sovietico, alcuni Paesi dell’Asia e del Medio Oriente».

Qual è il vostro prodotto di punta?

«Ci siamo allontanati dalla concezione di “azienda di sedie” pura e semplice. Oggi offriamo una visione completa dell’area living, con collezioni complete di tavoli, mobili e complementi. Oltre a ciò, punta di diamante della nostra realtà, la possibilità di realizzare il custom made, quindi il prodotto personalizzato completamente sulla base delle esigenze e dei gusti del clienti. Non è facile quindi individuare un prodotto di punta, un best seller, quanto piuttosto un’area di gusto che la fa da padrona: il lusso».

Che consigli vi sentite di dare alle altre aziende del Distretto?

«Quello che sicuramente contraddistingue le aziende della nostra zona sono l’altissima specializzazione e la storia. Il nostro consiglio è sicuramente quello di rimanere fedeli alla tradizione e di non lasciarsi tentare da soluzioni apparentemente vantaggiose, ma che allontanino la produzione dal distretto. E cercare di rimanere sempre all’avanguardia nel design, nelle tecnologie e nella qualità del servizio».

Chi l’ha fatto sopravvive e tiene ancora alta la bandiera della Grande Sedia. Che sventola ancora nel mondo, nonostante lo tsunami.

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