Il tappeto di foglie sulle strade che ricorda l’autunno: «È il modo con cui gli alberi sopravvivono all’afa»

Il caldo e la mancanza di pioggia provocano la caduta anticipata durante i mesi estivi. L’esperto: «Il clima ha ripercussioni sull’accrescimento delle piante»

Simone Narduzzi

Che faccia caldo, non serve ricordarlo ancora. Anche perché, in tal senso, un contributo ci pensano a darlo quegli alberi costretti, ancor prima dell’arrivo dell’autunno, a privarsi del loro fogliame al fine di garantirsi la sopravvivenza dalle temperature di questi giorni nonché dalla mancanza di pioggia.

L’aridità agisce con particolare veemenza sulle specie dotate di un apparato radicale meno profondo, portando, sul piano urbano, a un maggior consumo di risorse idriche, fenomeno di causa-effetto che acuisce una crisi verso la quale ogni amministrazione sta cercando, a seconda dei casi, di fare fronte.

«La conseguenza estrema è la morte della pianta», si trovi essa in città oppure nei boschi. È Giorgio Alberti, professore di gestione forestale all’Università degli studi di Udine, a inquadrare per noi una situazione che lo stesso Ateneo friulano è intento a monitorare.

A cosa si deve tutto il fogliame che vediamo sulle nostre strade?

«Le specie vegetali hanno due strategie per affrontare il caldo e il secco. Ci sono le specie che da subito sono più conservative, e quindi chiudono le aperture presenti sulle foglie, gli stomi, per ridurre la perdita di acqua. Ci sono poi quelle che invece riescono a regolare meglio questa perdita, anche perché fisiologicamente possono avere radici più profonde, il che consente loro di raggiungere più in profondità le risorse idriche. A ogni modo, quando le temperature superano una certa soglia, le piante tendono a ridurre la loro attività fotosintetica e possono così subire dei danni agli apparati fotosintetici dovuti all’eccessiva insolazione. Se la situazione è più prolungata, dopo aver messo in atto i possibili meccanismi di difesa, le piante cominciano anche a ridurre la superficie fogliare, cioè la superficie traspirante: quindi riducono il numero di foglie».

È un problema il fatto che ciò stia avvenendo già a inizio agosto?

«Sicuramente questo ha ripercussioni sull’accrescimento della pianta, perché una minor superficie fotosintetizzante porta a una minore fissazione di anidride carbonica e quindi a un minor accrescimento. La pianta può risultare indebolita ed esposta a eventuali attacchi poi di insetti o di altri patogeni. Nei casi più gravi, quando la siccità è molto prolungata, l’interruzione dei vasi di conduzione dovuta alla formazione di bolle d’aria all’interno dei vasi può determinare anche la morte della pianta».

Cosa si può fare per evitarlo?

«La perdita delle foglie di questa stagione di per sé è proprio una strategia che le piante mettono in atto per proteggersi. Per quanto riguarda le alberature in città, è ovvio che la progettazione è fondamentale, nel senso che avere abbastanza spazio per lo sviluppo dell’apparato radicale, sia in senso orizzontale che in senso verticale, è importante perché questo consente non solo una maggiore stabilità della pianta, ma anche minori danni alle infrastrutture e consente anche di accedere più facilmente a risorse d’acqua che noi non vediamo, ma che comunque sono presenti nel terreno».

E per quanto riguarda i boschi?

«Lì non si può fare molto. Alcune specie, quelle più mediterranee, si sono adattate a questi casi di siccità, tant’è vero che entrano in una specie di letargo, di quiescenza estiva: interrompono l’accrescimento e poi lo riprendono in autunno, dopo le prime piogge».

Quali le specie più a rischio?

«Quelle di ambienti generalmente più freschi, più montani, dove questi eventi estremi si verificano con meno frequenza. Penso, per esempio, all’abete rosso. Alcuni modelli dicono che nel lungo periodo ci sarà una migrazione delle specie, cioè le specie più come l’abete rosso migreranno più a nord per mantenersi in ambienti compatibili con le loro attività vitali».

Cosa si sta facendo, sul tema, a livello universitario?

«Stiamo monitorando diversi boschi, anche montani. In particolar modo, sopra Malborghetto abbiamo installato dei sensori che monitorano di continuo l’accrescimento, la traspirazione, la qualità della chioma, le oscillazioni delle piante di alberi di abete rosso. Abbiamo due boschi, uno ad alta quota, che abbiamo chiamato Sentinella, perché dovrebbe essere quello più sensibile ai cambiamenti del clima, e uno più a bassa quota, che invece ha una funzione più produttiva e che ci aiuta a capire cosa succede quando arrivano ondate di calore come quella che stiamo registrando in questi giorni».

 

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