«Basta fatalismi adesso lavoriamo concretamente»

Giustina (Cisl): si parta dall’impegno coraggioso delle piccole realtà Il territorio si sente abbandonato «dai politici e da Dio»
Di Vittorio Giustina*

L’ambiente della montagna italiana in tutto l’arco alpino vive o ha vissuto analoghe problematiche susseguenti alle trasformazioni profonde che lo ha caratterizzato negli ultimi decenni con un declino sul piano demografico, sociale ed economico. In termini grossolani: inesorabile l’attrazione verso le pianure, calamita di attività produttive inserite nel sistema della grandi infrastrutture viarie e dei servizi, delle principali istituzioni universitarie e sanitarie, della vita urbana della pulsante contemporaneità. Lasciando dietro di sé l’impoverimento e l’abbandono di intere aree che, sotto il profilo sociale e culturale, sono molto simili a ciò che è accaduto in tante realtà della campagna italiana. In sintesi: gravi ferite e perdita di mondi vitali significativi sfidati a una faticosa loro riconversione, salvando un nucleo antico di tradizioni, virtù, lingue e dialetti.

So bene di descrivere grossolanamente un processo affatto lineare. E anzi drammatico nelle differenze rilevanti fra regione e regione. Così come credo di capire bene come la Carnia e la montagna friulana vivano forse più duramente di altre il processo di cui parlo. In quel contesto, l’articolo racconta bene la tegola del caso Coopca e della Banca popolare di Vicenza. Storie intanto, prima delle lungaggini della magistratura, di dirigenze improvvide ed incapaci. Mentre il caso degli “alberghi diffusi” ripercorre le vicende non esaltanti che, come in molti altri luoghi, hanno riguardato le prime esperienze dei Bed&Breakfast. Nate da idee imprenditoriali innovative e usate poi, talvolta, con disinvolte furberie.

Ma questo scenario nella sua evidente complessità non riesco a ridurlo nello schema fra la brava gente di cui parla Maldini e i sorestans con la loro retorica da “tromboni” capaci solo di «trucchi, trucchetti e cortigianerie». A me pare uno schema vittimistico, astratto, che può trovare favore in tanti legittimi sentimenti di delusione, di impotenza e di frustrazione. Ma, alla fine, improduttivo sul piano di analisi e di proposte che sappiano andare oltre lo “sprazzo vitale” quando Enzo Cainero ridà il Giro d’Italia allo Zoncolan. Se così «si accende l’entusiasmo e cresce la speranza» quel fuoco ha davvero breve durata. Intanto si rafforza l’opinione che «ogni tutela legale pare un miraggio» e che «altri strumenti non esistano». Mentre «si consolida l’idea che la roccaforte dei potenti resti inespugnabile». E come potrebbe essere diversamente se la situazione è questa e «la valanga è enorme» e «l’orizzonte si fa cupo»? .Uno scenario, a me pare, di desolante disarmo anche perché è vero che almeno «una volta si mostrava l’indignazione tutti assieme, le si dava forma visibile e voce». Aggiungendo però che se quella era buona benzina occorrevano poi motori e traguardi chiari e concreti da raggiungere. Com’è stato, sia pure con tutti i limiti che potremmo dire, l’opera di ricostruzione del Friuli dopo il terremoto che ha mescolato il “fasin di bessoi” con positive politiche pubbliche statali e regionali; le manifestazioni dei terremotato con l’indimenticabile arcivescovo Battisti e la collaborazione attiva di popolo e amministratori locali.

E questo è il punto finale su cui vorrei concludere. Da troppi anni in Italia si vive dentro un coro di indignazione e protesta. Non ho nulla da dire sulle sacrosante ragioni che possono motivarlo. Ma trovo deprimente l’indistinzione di innumerevoli voci critiche a cui sembra bastare la denuncia mentre c’è silenzio sulle cose concrete da fare, su ciò che si sta facendo, su ciò che si dovrebbe fare. Dove la domanda riguarda, beninteso, la società politica in primis, ma anche la società civile. Perché non ci basta il gridare rabbia e indignazione come si fosse nell’attesa imminente di una palingenesi risolutiva. E dove, e in che modo, e con chi? È possibile che, com’è scritto nell’articolo, la «politica dopo la grande crisi, scoppiata da nemmeno dieci anni, non si sia calata con senso di umiltà e consapevolezza nel nuovo mondo». Ma a me pare che pochi altri importanti attori della nostra vita regionale e nazionale vi si siano invece calati. Intanto un’opinione pubblica disorientata nei bar di Udine o nelle osterie della Carnia si trova d’accordo di vivere in un “incubo”, abbandonata da dio e dai politici. Mentre le nuove generazioni pensano d’avere buone ragioni per disinteressarsi della politica. Troppo poco per salvarsi l’anima come molti fanno.

Un’ultima considerazione. «Qualcuno – c’è scritto – ha detto che stiamo vivendo l’epoca delle passioni tristi». Il riferimento non può che essere al bellissimo libro di Benasayag e Schmit. Un’epoca dove vivremmo un rovesciamento di segno circa il significato del nostro futuro: da promessa di crescita umana e sociale, a minaccia di disorientamento, insicurezza, paura. Condivido, ma proprio per questo credo urgente lavorare concretamente sulla speranza, cioè su tutti i punti di coraggiosa resistenza, contrasto, rifiuto d’ogni fatalismo. A partire, per tornare alla Carnia, alle esperienze di impegno coraggioso, creativo che non mancano nel territorio: di piccoli gruppi, piccole realtà che possono essere promessa di un nuovo futuro. In controtendenza alla “triste” deriva delle cose di cui si dice nell’articolo.

*sindacalista e già dirigente Cisl

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