Balcani sigillati dai muri, ora si teme l’onda dal sud

UDINE. L’Austria non indietreggia sui profughi, fissa un nuovo – molto restrittivo – limite alle richieste d’asilo quotidiane che accetterà e l’Italia, ma con essa pure il Friuli Venezia Giulia, adesso trema davvero visto il rischio concreto, da qui a qualche settimana, di ritrovarsi una marea di richiedenti asilo bloccati a Nordest all’interno dei confini nazionali.
Un rischio talmente concreto da spingere il premier Matteo Renzi a chiedere all’Unione europea di rivedere «il principio di Dublino» che «continua a essere in vigore, ma è sbagliato e non funziona».
Renzi, su questo argomento, insiste da tempo, ma in questo momento è conscio della necessità di modificare il prima possibile l’attuale obbligo per i migranti, contenuto proprio nel regolamento di Dublino, di chiedere asilo nel Paese di approdo.
Sì, perchè l’Austria – dopo il ripristino dei controlli alla frontiere con il Brennero e il Tarvisiano – da ieri ha annunciato ufficialmente di aver fissato una doppia quota giornaliera per i profughi: massimo 80 domande d’asilo e non più di 3 mila 200 persone che vogliono richiedere protezione internazionale in uno Stato confinante autorizzate a transitare lungo il proprio territorio. «Il dibattito politico austriaco – ha commentato Renzi – è dominato dalla paura e dai rischi che non riguardano soltanto l’Austria. Capisco il dibattito sul Brennero, ma quel passaggio rappresenta la fine di secoli di guerre».
Al di là della – comprensibile – irritazione di palazzo Chigi, però, la stretta austriaca, di fatto, blocca, o quantomeno rallenta fortemente, la rotta balcanica. Una decisione che il cancelliere austriaco Werner Faymann si augura «venga presto seguita dalla Germania» e che di fatto rappresenta la tappa finale di un processo di chiusura della rotta lungo l’ex Jugoslavia avviata mesi fa dall’Ungheria di Viktor Orban che sigillò le proprie frontiere con Serbia prima e Croazia poi per impedire il passaggio dei migranti.

L’esempio di Orban è stato successivamente seguito dalla Macedonia al confine greco – da pochi giorni Skopje ne ha ordinato pure il raddoppio – e quindi dalla Slovenia con il filo spinato alzato alla frontiera croata.
Blocchi, muri e barriere che rendono, per chi scappa dal Medio Oriente, sempre più problematico risalire la rotta balcanica per puntare al nord Europa, meta privilegiata e primaria dei profughi. Un teorema il cui corollario porta alla possibilità sempre più concreta che, alla fine, a pagare il conto sia l’Italia. Perchè è difficile pensare che il flusso – specialmente quando le temperature si alzeranno – si blocchi improvvisamente e chi fugge, disperatamente, cercherà una direzione “aperta” per arrivare in Europa. E la nuova rotta è la stessa già disegnata da mesi come alternativa dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati, e che porta dritta al sud Italia. Non soltanto con un aumento degli sbarchi in Sicilia, ma anche, partendo dall’Albania o dalla Grecia, in Puglia.
Una via del mare – la più breve da percorrere con il blocco della rotta balcanica – che porta in Meridione soltanto, però, come tappa intermedia. Considerato, infatti, come ben pochi di coloro che fuggono abbiano intenzione di fermarsi in Italia, è logico pensare che, in una maniera o nell’altra, proveranno ad arrivare al Nord per cercare di entrare in Austria. E le vie, in questo caso, sono due: l’Alto Adige (Brennero) o il Friuli Venezia Giulia (Tarvisio).
Il problema, enorme per l’Italia, è che l’Austria non soltanto ha fissato dei limiti precisi, ma anche spiegato che in caso di sforamento chiuderà completamente il confine sospendendo «temporaneamente gli ingressi» e sollecitando – tramite il ministro dell’Interno Johanna Mikl-Leitner – gli altri Paesi «ad agire in maniera restrittiva alle frontiere». Questo significa che, con il regolamento di Dublino in vigore, l’Austria potrebbe respingere in Friuli centinaia, se non migliaia, di richiedenti asilo. E spetterebbe poi al nostro Paese o prendersene cura – nel caso l’Italia sia il loro primo Stato di approdo in Unione europea – oppure rimandarli nelle Nazioni comunitarie di provenienza: nella maggior parte dei casi Slovenia o Grecia.
Diventa chiaro, dunque, perchè Renzi al prossimo Consiglio europeo metterà la “questione italiana” sul tavolo cercando risposte e chiedendo, ancora una volta, che venga varato quel diritto unico di asilo valido in tutta l’Unione europea che, però, non piace a tanti partner continentali, a partire dai Paesi dell’Est.
«Chi ha diritto all’accoglienza – ha ribadito ieri il premier alla Camera – non può essere accolto in 28 modi diversi. Sull’immigrazione in Europa c’è una diversa sensibilità che non significa assunzione di responsabilità. Molti dei principali leader avanzano a zig zag, ma noi non abbiamo mai cambiato idea dall’inizio».
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