A Clauzetto e Castelnovo l’urlo degli animali era straziante

CLAUZETTO-CASTELNOVO. «Studiavo nella mia camera per il compito di italiano del giorno dopo. Alle 20.45 il gatto che stava al mio fianco sembrava impazzito, lo feci uscire e andai a dormire. Un quarto d’ora più tardi sembrava la fine del mondo». Nel 1976, l’attuale sindaco di Clauzetto, Flavio Del Missier, era un liceale, aveva 19 anni. Ricorda come fosse ora quella notte quando gli anziani non ricordavano terremoti così potenti.
«L’urlo degli animali nelle stalle era straziante, una cappa di pseudo nebbia avvolgeva le vallate e le montagne si sgretolavano» ricorda il sindaco riconoscendo che l’assenza di vittime collocava Clauzetto in una posizione privilegiata anche solo rispetto a Castelnovo dove un morte ci fu. Seppur danneggiate al punto da essere demolite, le case avevano resistito.
«Non crollarono perché nel 1914 c’era stato un altro terremoto e qui gli edifici erano stati rafforzati in alcuni parti» continua il sindaco senza dimenticare di ringraziare i tanti soccorritori e volontari che arrivarono in quei giorni anche da Cuneo. «I nostri emigranti in Francia - ricorda il primo cittadino - organizzarono una colletta e ci fecero avere le roulotte, una per ogni famiglia rimasta senza casa». Del Missier rivela di aver «sentito vicino il mondo» in quelle ore in cui tutto sembrava finire.
Altrettanta solidarietà arrivò a Castelnovo, il comune caratterizzato da una trentina di frazioni distribuite nella zona montana. Maurizio Cesca, aveva 19 anni, era il più giovane consigliere comunale. Quella notte era a Milano, svolgeva il servizio militare.
Rientrò in Friuli e trovò il disastro. «Una ragazza era deceduta sotto le macerie», ricorda tornando con la mente a quei giorni quando il caos era inevitabile. Il problema più grosso era rappresentanto della sicurezza delle borgate arrampicate sulle montagne.
Tranne Paludea e altre due o tre, nelle borgate abitavano poche famiglie. In quell’incrocio di sentieri era tutto un via vai di tecnici e geologi impegnati nelle verifiche. «Alcune strade erano impraticabili, le case erano crollate e i sassi erano finiti sulla carreggiata, dove arrivava anche il materiale trascinato dalle frane» racconta Cesca soffermandosi sulla tenacia della gente che non voleva allontanarsi da quei luoghi.
Il dibattito emerse immediatamente, fin da quando si trattò di allestire le tende. La gente rifiutava le tendopoli in un’unica area. Tutti hanno voluto avere il prefabbricato vicino alle case. Tant’è che quando l’allora sindaco, Ugo Del Frari, propose ai cittadini di valutare la possibilità di riunire Castelnovo in una zona più comoda, il «no» della gente fu unanime.
A 40 anni di distanza, l’ex sindaco Pierantonio Varutti, riconosce che «se da un lato il fatto che gli edifici fossero distanti uno dall’altro ha reso i crolli meno pericolosi, dall’altro ha complicato la fase della ricostruzione. Oggi alcune sono disabitate».
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








