Positivo al coronavirus, muore in ospedale: ricoverati anche la moglie e il figlio

TAVAGNACCO. È sul letto d’ospedale, con i polmoni che stanno già combattendo contro il nuovo nemico, e arriva la telefonata della madre. «L’ambulanza sta portando via papà», dice la voce angosciata. Non ci vuole molto tempo, la scoperta è lì, a pochi passi: Rino Toniutti, 90 anni, è come il figlio Paolo, 67, tra i ricoverati nel reparto Malattie infettive dell’ospedale di Udine.
Il coronavirus ha contagiato entrambi, li tiene in ostaggio a qualche metro di distanza: poi, troppo velocemente – sabato pomeriggio – si porta via il più anziano, papà e marito. Al quadro di disperazione per un addio tanto irreale si aggiunge un altro tassello drammatico: due giorni più tardi è toccato alla madre, 84 anni, entrare al Santa Maria della Misericordia, positiva al coronavirus.
«Io vivo a Moruzzo con mia moglie e avevo incontrato papà l’ultima volta circa dieci giorni fa – racconta Paolo, ancora costretto all’ospedale –. Avevo portato ai miei genitori alcune mascherine per assicurarsi che si proteggessero».
Un’attenzione affettuosa, da figlio, in queste giornate scandite dai drammi che propone l’emergenza: mai pensava, però, che il coronavirus portasse via suo padre, così all’improvviso.
«Papà era abituato ad andare in centro a piedi a Feletto Umberto a comprare il giornale e faticava ad accettare queste limitazioni: diceva che avrebbe trovato la strada meno esposta, il modo più sicuro per arrivare in paese – ammette il figlio –. Non so dove possa aver contratto il virus».
Poi quella telefonata della mamma che lo allerta. Il mezzo del 118 era giunto nel loro appartamento a Feletto Umberto, dove la coppia viveva da lungo tempo, perché Rino era caduto da una sedia, non si era sentito bene. La sirena dell’ambulanza, poco prima dell’ora di pranzo, aveva scosso tutta la via.
«È stato un medico del reparto ad avvertirmi che c’era un Toniutti proprio qui», afferma Paolo. Il ricordo del padre è forte più che mai, ma fa fatica a farsi strada. «Volevo salutarlo, ma non c’è stato nemmeno il tempo: il virus era ovunque e lui si è spento come un uccellino – dice il figlio –. Il 28 marzo avrebbe compiuto 91 anni e posso dire di essermelo goduto fino alla fine. Sono contento per questo».
Tanti momenti felici, ma anche un piccolo rimpianto. «Lui, che per tutta la vita ha fatto il radiotecnico aggiustando le televisioni, era un grande appassionato di sci di fondo – ricorda Paolo –. Io, invece, sono un amante della discesa. Ecco, c’è il rammarico di non aver condiviso quei momenti insieme: papà adorava le montagne».
La voce di Paolo è decisamente affaticata. «Sono debilitato a causa dei problemi ai polmoni, ci dicono di bere molto mentre la voglia di mangiare è poca – rileva –. So che proveranno a curarmi con i farmaci per l’artrite reumatoide».
Lui tiene duro. Lo fa anche per la mamma, arrivata all’ospedale lunedì mattina e si trova nello stesso piano. A dividerli ci sono solo tre stanze. «Ci teniamo in contatto chiamandoci al cellulare, avvicinarsi non è così facile – sottolinea ancora Paolo –. Lei per fortuna sta abbastanza bene e vorrebbe tanto tornare a casa». Purtroppo, quando lo farà, non troverà più Rino, un pezzo del suo cuore
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