Con l'agenda stretta fra le mani

È morto con la sua agenda stretta fra le mani, Romano Specogna, classe 1928 come Ciriaco De Mita, suo amico e – diciamo così – capo corrente. La stringeva come se quell’ultimo appuntamento con l’Aldilà, lui che ci credeva, volesse segnarlo di suo pugno in qualche modo lì, insieme agli altri impegni, in coda a tutto quello che aveva fatto nella sua vita da politico. Si può dire che fosse nato già democristiano, benché sotto le insegne del fascismo che cresceva. E dopo il ’45, a diciott’anni appena compiuti, era entrato nel suo partito, la Dc. Da grandicello sceglie la corrente di Forze Nuove, con Mario Toros e i giovanotti friulani come lui, gente del calibro di Giorgio Santuz e Adriano Biasutti. Possiamo dire che è morto uguale, democristiano, con lo stesso identico passo del valligiano del Natisone con cui, giorno dopo giorno, aveva fatto politica. Anche quella volta che aveva vinto con il 90 per cento nel suo Comune, Pulfero, perché quei «mai fidarsi del tutto» dei socialisti non erano riusciti a fare la lista. Mettiamola così. E quella volta che davvero gli italioti e gli slavoni s’erano messi a litigare sul serio, menando perfino le mani, ma lui con quei modi paludati e all’apparenza sempliciotti, da bistecca di manzo e fiasco di rosso, era riuscito a portarli tutti all’osteria.
Si chiama politica, questa virtù qui. Novant’anni di politica, insomma, quella stramaledetta parola che gli ha segnato tutta la vita. L’avrà ripetuta un milione di volte. È stata la sua fissazione. Le sue luci, la ribalta del potere da assessore regionale e presidente di Autovie Venete, quando progettava chilometri di strade verso l’est che ancora non aveva una forma e una direzione certa. Ma anche i giorni più cupi dell’Italia, nel 1992, quando la sua Prima Repubblica cadeva, non senza sfregiare un po’ tutti, e lo Scudo crociato che l’aveva riparato da ogni pericolo era diventato all’improvviso una trappola. Lui aveva guardato tutti con gli stessi occhi stretti e quel ghigno a metà fra il sorriso e la promessa. Aveva detto, senza pronunciare nulla: vedrete che avrò ragione io.
Poi aveva riaperto la sua agenda e aveva continuato a segnare. Nomi, appuntamenti. Non c’erano più i ministri né i vertici dell’Anas. Magari c’era la latteria di Tarcetta che aveva bisogno di qualcuno che si spendesse con il sindaco. E poi c’era Rosetta, la nipote di un vecchio amico socialista che, burocrazia canaglia, non riusciva a uscire da qualche impiccio con le carte bollate. Restaurare il Colosseo o far rimettere a posto un tombino di Pulfero per quel signore era la stessa cosa. Era la politica. Quella che non c’è più. Quella che non promette. Quella che si ricorda di tutti, ogni volto che ha incontrato, ogni mano che ha stretto. Quella che, tutte le sere, scriveva – rigorosamente a mano – cosa aveva fatto durante il giorno. E sempre a mano inviava ai giornali una nota sulla festa del paese o sull’anniversario di morte di un partigiano cattolico: «Sai», diceva, «qui pensano che il fascismo l’abbiano sconfitto i comunisti. Ma questo non scrivetelo, che è una lunga storia. Magari un giorno la racconterò. Intanto, se vi resta un trafiletto per la nostra amata latteria…».
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto









