Addio a Giuseppe Romano Specogna, alfiere della ricostruzione

UDINE. Il Friuli piange uno dei suoi alfieri della ricostruzione. Giuseppe Romano Specogna si è spento a 89 anni all’ospedale di Udine, nella notte tra giovedì e venerdì, e con lui se ne è andato uno degli ultimi testimoni e architetti viventi di come questa terra seppe rinascere dalle proprie macerie diventando un esempio, ineguagliato, per il mondo. Democristiano di ferro – iscritto al partito sin dal 1953 –, consigliere regionale dal 1973 al 1988, divenne assessore ai lavori pubblici prima di prendere in mano nel 1983 le redini della ricostruzione ereditandole da Adriano Biasutti. Presidente di Autovie Venete dal 1988 al 1995, è stato assessore provinciale di Udine dal 1970 al 1973, capogruppo Dc nella Comunità montana delle Valli del Natisone e sindaco di Pulfero per dieci anni.
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Cavallo di razza democristiano, e tra i principali protagonisti degli anni della Prima Repubblica a Nordest, quella di Specogna è stata una storia, politica e personale, impossibile da racchiudere in un semplice, per quanto lungo, curriculum. A volte spigoloso, ma da valligiano vero sempre diretto e leale – come sa fare soltanto chi è nato e cresciuto a cavallo di mondi che rappresentavano due rette parallele nell’universo del XX secolo –, in Specogna il concetto di sangue e terra ha trovato una sublimazione difficilmente ripetibile. Visceralmente innamorato del suo Friuli e delle Valli del Natisone, quella dell’ex assessore è la storia di un uomo che ha scelto, e voluto fino all’ultimo, mettersi al servizio esclusivo del Friuli.
È la parabola di un uomo che ha deciso di vivere, fino all’ostinazione, in giacca e cravatta, segno indelebile del rispetto che un cattolico impegnato in politica deve a quello che è stato e diventato per oltre mezzo secolo. Il dovere di non dimenticare mai, nemmeno per un attimo, di essere stato un uomo delle istituzioni, da cui ci si attende sobrietà, eleganza e quella capacità razionale di saper scegliere. Perché in fondo la politica è essenzialmente questa. La determinazione d’agire, non per il proprio interesse, ma per qualcosa di più alto. E quel qualcosa di immensamente elevato per Specogna sono stati i friulani.
Da fervente e convinto figlio di Santa Romana Chiesa – i 65 anni ininterrotti di matrimonio con la moglie Licia plasmati sull’oggi vestono le sembianze di una chimera che la società moderna nemmeno più sogna di avvicinare –, il suo approdo naturale è stato, da sempre e per sempre, la Dc. Un’appartenenza vissuta con i panni di un democristiano della razza più nobile, di quelli, cioè, che sanno come tra chi ha lo scudo crociato nell’anima si può litigare, ma alla fine, sulle cose importanti, ci si mette d’accordo e si veleggia nella stessa direzione. Così l’accelerazione nei lavori a Venzone, o sul duomo di Gemona, al pari del ponte nuovo di Cividale o degli interventi a Fontanabona passano sì alla storia con impresso il marchio di Specogna, ma si trasformano in satelliti di una costellazione più ampia. In quella galassia di pensiero che lo portò ad accompagnare Antonio Comelli da Aldo Moro per spiegare che la devastazione del maggio di 41 anni fa non era un affare di Roma, ma «un problema friulano».
Altri tempi, altri mondi, altro spessore. Ma sarebbe sbagliato leggere in Specogna un’esaltazione di quel fasin di bessôi di cui in tanti si riempiono la bocca senza sapere – realmente e nel profondo – cosa significhi o vedere nell’assessore una sorta di autonomista con i connotati del post ’92. No, quello di Specogna era un concetto di responsabilità sociale per il quale ai friulani non serve piangere o pietire perché i problemi li affrontano di petto e li sanno risolvere con le uniche armi che, atavicamente, la storia ha regalato a questa terra di passaggio e conquiste: l’abnegazione e una straordinaria dignità. In ogni circostanza. E allora ciao assessore, buon viaggio. E da lassù, se puoi, ogni tanto guarda in basso e accarezza questa gente che troppo spesso smarrisce se stessa.
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